"Mélo"

La geometria dei rapporti

I titoli di testa impaginati come un programma di sala. Sullo sfondo il chiacchiericcio indistinto da foyer degli spettatori in procinto di accomodarsi. Una campanella annuncia l’inizio dello spettacolo. Un sipario che in dissolvenza ci porta in un cortile.

Alain Resnais in Mélo gioca con il teatro dalle prime inquadrature e questa impostazione apparentemente ingessata – estranea a qualsiasi tempo percepito, immersa in uno spazio evidentemente posticcio – accompagna lo svolgersi delle umane vicende dell’umile primo violino Pierre (Pierre Arditi), della sua adorata moglie Romaine (Sabine Azéma), del celebre amico musicista Marcel (André Dussollier) che si innamora, ricambiato, della donna.

Mélo è tratto da un dramma d’epoca di Henri Bernstein: nella Parigi del 1929 tre personaggi si trasformano, implacabilmente, in un triangolo. Resnais usa il melodramma, le sue regole, i suoi artifici ostentando la struttura datata della narrazione e dei dialoghi per trasformare il film in un’ennesima riflessione sulla natura geometrica dei rapporti umani, sull’impercettibilità dei confini temporali, sull’uso premonitore della memoria, sui limiti difettosi del libero arbitrio.

La macchina da presa si muove – con un’economia stilistica sottolineata da ogni pudico carrello, da ogni raro stacco di montaggio – in un ambiente scenografico tanto rarefatto e fasullo da concedere ai personaggi il corpo necessario per staccarsi dal fondale. Lo sperimentalismo formale del primo Resnais si traduce qui in gelida forza emotiva, capace di decostruire e analizzare la sintassi dei rapporti umani, di tracciare delle linee sentimentali tra i personaggi senza abbandonare la chiarezza simbolica dell’artificio.

Esemplare è la scena del monologo di Marcel: dopo cena l’uomo, affascinato dalla normalità gioiosa della coppia di amici, racconta la dolente fine di una sua storia d’amore. La macchina da presa riprende Dussollier da sinistra (il lato del marito), mantenendosi alle spalle della coppia. Mentre la temperatura emotiva del ricordo sale, un lento carrello sposta il nostro sguardo mettendo prima Dussollier al centro della composizione per poi, accarezzando la nuca della donna, arrivare a inquadrarlo dal lato opposto.

Ben prima che la relazione clandestina tra Marcel e Romaine si materializzi, un movimento di macchina ha già rotto l’equilibrio tra i due amici, scartando di lato per riscrivere i rapporti tra i protagonisti con un angolo differente e un nuovo disequilibrio, unendo con una linea prospettica Romaine e il futuro oggetto del suo desiderio.

Resnais non ha abbandonato la sua ricerca astratta sui turbamenti incerti della natura umana, ha solo adottato mezzi differenti: altri filtri, altre maschere, altri specchi per raccontare, con gli occhi del pensiero, molteplici ipotesi di umanità potenziale.