In quest’estate 2016 in cui, complice il grande successo di Stranger Things (ndr: ne abbiamo parlato qui e qui), gli anni Ottanta sono un po’ sulla bocca di chiunque, andiamo a vedere come possiamo arrivare, in sei agili balzi da un film all’altro, da un’icona del cinema italiano di quegli anni da bere, Jerry Calà, a una grandissima attrice che, degli Ottanta, è stata un simbolo non tanto col cinema quanto con i suoi oramai leggendari VHS di aerobica: Jane Fonda.

Primo grado
Jerry Calà, dicevamo. L’ex Gatto di vicolo miracoli che, a 65 anni suonati, gira ancora i locali della penisola col suo pianobar, ha appena pubblicato un’autobiografia intitolata Una vita da libidine e in una recente intervista ha detto che a questa Italia mancano l’entusiasmo e l’ottimismo degli anni Ottanta. Quelli incarnati dai suoi tanti film, appunto. Uno, per citarne giusto uno, aveva nel titolo un mestiere che degli Ottanta è sinonimo: Il ragazzo del Pony Express, diretto da Franco Amurri esattamente trenta anni fa, nel 1986.



Secondo grado
Di Franco Amurri, figlio di Antonio e padre di Eva Amurri (nota anche come la figlia prosperosa di Susan Sarandon), Il ragazzo del Pony Express è stato l’esordio cinematografico. L’anno dopo, nel 1987, Amurri avrebbe poi diretto un film che ha anticipato di un anno (e ha raccontato meglio, diciamocelo una volta per tutte) la storia poi portata al cinema da Penny Marshall in Big, la commedia fantastica che lanciò la stella di Tom Hanks. Altro che Hanks: il Da grande di Amurri vedeva protagonista un bravissimo Renato Pozzetto.



Terzo grado
Renato Pozzetto, da poco settantenne, ha mosso i primi passi nel mondo dello spettacolo in coppia con Cochi Ponzoni, regalando numeri entrati di diritto nella storia della comicità italiana. Attivo al cinema fin dalla metà degli anni Settanta, Pozzetto negli anni Ottanta ha vissuto un momento di grande attivismo, girando diversi film. Alcuni dei quali assieme a Enrico Montesano: la strana coppia romano-milanese è stata protagonista di Culo e camicia (1981), Grandi Magazzini (1986), Noi uomini duri (1987), ma anche, nei primi anni Novanta, di I piedipiatti (1991) e, nel decennio precedente, tra il 1977 e il 1978, di Tre tigri contro tre tigri e Io tigro, tu tigri, egli tigra.



Quarto grado
In precedenza, nel 1976, Enrico Montesano (anche lui piuttosto attivo negli anni Ottanta) era stato protagonista con Gigi Proietti, Catherine Spaak, Adolfo Celi, Mario Carotenuto e Francesco De Rosa di un vero e proprio cult movie: era lui, infatti, il Pomata di Febbre da cavallo, la commedia ippica di Steno che generazioni di romani sanno citare quasi integralmente a memoria e che oramai ha superato senza timori i confini angusti del Gran Raccordo Anulare.



Quinto grado
Decisamente meno noto di Febbre da cavallo, ma a suo modo altrettanto capace di raccontare con leggerezza e precisione la Roma di quegli anni, è il film girato da Steno l’anno successivo, Doppio delitto (1977). Sceneggiato dallo stesso Steno con Age e Scarpelli a partire da un romanzo di Ugo Moretti, il film è una sottovalutata commedia gialla dal cast internazionale, che oltre a Marcello Mastroianni (nei panni di uno stropicciato e pigro commissario di polizia) vede protagonisti Agostina Belli, Ursula Andress, Peter Ustinov e Jean-Claude Brialy.



Sesto grado
Brialy, francese classe 1933, morto nel 2007, è stato attore e anche regista. Nel corso della carriera ha collaborato con uomini (e donne) di cinema come Malle, Godard, Rivette, Chabrol, Truffaut, Rohmer, Scola e Claire Denis. Ha inoltre lavorato con Roger Vadim, con cui ha girato due film: Il castello in Svezia (1963) e Il piacere e l’amore (1964). Con quest’ultimo film, di cui era l’attrice protagonista, arriviamo così a Jane Fonda. La Jane Fonda dell’aerobica anni Ottanta da cui siamo partiti, ma anche – guarda caso – colei che, in Sapore di mare 2: un anno dopo (uscito nel 1983 ma ambientato nel 1963), il personaggio interpretato da Jerry Calà sosteneva, non creduto, di aver visto correre – nuda – sulla spiaggia. 



Insomma: le maree del vintage e della nostalgia, alla fin fine, hanno sempre la loro bella coerenza interna.