La linea verticale

La linea verticale è quella che dovrebbe reggere la vita di tutti. La posizione da tenere nel mondo, rispetto agli altri, a ciò che ci circonda ma anche rispetto a sé stessi, ai propri affetti, alle proprie priorità. Essere centrati e concentrati su ciò che conta davvero, su ciò che si sente. Stare dritti, verticali, fedeli alla linea. Ma la linea verticale è anche la dinamica che regola i rapporti gerarchici all’interno di un sistema lavorativo: chi sta sopra scarica le sue frustrazioni su chi sta sotto, la rabbia esplode in senso verticale, dall’alto verso il basso e governa le relazioni e i paradossi funzionali di quei sistemi autoriferiti che sono gli ambienti di lavoro.

La linea verticale, la nuova serie prodotta da Rai Fiction e Wildside in onda da questa sera su Rai 3 (ma già disponibile per intero su quella goduriosa - e non solo per recuperare le puntate di Un posto al sole - piattaforma che è Rai Play), si muove tra queste due traiettorie metaforiche: la vitalità che può dare la consapevolezza e la mostruosa tragicità del reale. L’ospedale è il microcosmo ideale per gestire i due registri, le due linee, i due toni che si contaminano, sempre validi contemporaneamente: il tragico e il comico dentro all’ospedale si mescolano con cinismo, con speranza, con sofferenza, con gioia.

Mattia Torre racconta qualcosa che conosce bene, che ha vissuto e che gli dà modo di esprimere con un plus di umanità e partecipazione quel suo personale talento per una comicità surreale e pungente. È quello che fa di La linea verticale una interessante sfida lanciata dalla Rai al pubblico della prima serata (che nonostante la possibilità del binge watching resta il target di riferimento). Si punta, giustamente, su Valerio Mastandrea, come sempre perfetto nella sua ormai consolidata capacità di gestire insieme comico e drammatico. Luigi è infatti un poco più che quarantenne padre di famiglia, con una figlia di sette anni e un secondo bambino in arrivo, una moglie forte e innamorata e, improvvisamente, un tumore al rene. La serie, negli otto episodi da mezz’ora l’uno, racconta la degenza ospedaliera di quest’uomo che è costretto a mettere la sua vita in stand-by per diventare, semplicemente, drammaticamente, umanamente, “solo” un paziente in lotta contro una malattia mortale. L’ospedale (non quello scalcinato che si potrebbe pensare funzionale a raccontare una sanità malata ma una struttura moderna e efficiente come tante ce ne sono nel nostro paese) si trasforma allora nell’unico orizzonte, un vero e proprio sistema sociale, con le sue regole (quelle ufficiali e quelle ufficiose), i suoi ritmi, le sue dinamiche di potere, di dipendenza, di referenza…

Intorno a Luigi, in entrata e in uscita dalla sua stanza, queste dinamiche sono rappresentate da una serie di personaggi scritti e interpretati con l’intelligenza e il gusto per il surreale, il visionario, l'assurdo che erano la cifra di Boris e che si confermano qui ridimensionati e raffinati. Attori impeccabili (Greta ScaranoNinni BruschettaBabak KarimiAntonio CataniaGiorgio TirabassiPaolo CalabresiAlvia RealeRaffaella Lebboroni) delle cui performance non vogliamo svelare troppo a chi si godrà la serie puntata per puntata. Medici, infermieri, paramedici, addetti alla pulizia e al vitto e, naturalmente, i pazienti. Tutti coinvolti in dinamiche relazionali che stigmatizzano tipi e maschere puntuali e anche (talvolta purtroppo) molto cinicamente riconoscibili per chi ha un po’ di dimestichezza con l’esperienza ospedaliera. Su tutti aleggia il fantasma mitologico del professore che rappresenta il medico che tutti vorrebbero, quello che ti protegge, che ti rassicura, che ti promette di prendersi veramente cura di te. Quello che alimenta la speranza di potercela fare e che pone le basi per quella consapevolezza che aiuta a vivere.

Ma La linea verticale è anche una specie di “inno” tragicomico all’Italia e ai suoi paradossi, una esplicita e dichiarata canzone d’amore e di rammarico, di gratitudine e di sconforto per un paese come il nostro, quello in cui “tutti vorrebbero stare da un’altra parte”.