Stranger Things 3 di Matt e Ross Duffer

Probabilmente non è un caso che le tre linee narrative che compongono l’intreccio della terza stagione di Stranger Things finiscano per incontrarsi nel nuovo centro commerciale della cittadina di Hawkins. Così come non sembra un caso che la lotta contro il Mind Flayer, la minacciosa creatura del Sottosopra con cui devono scontrarsi i ragazzi, trovi il suo apice proprio lì, con la “battaglia di Starcourt” che dà il titolo all’ultimo episodio. Non sembra un caso perché mai, come in questa stagione, Stranger Things dei fratelli Duffer mette in evidenza la sua natura di “non-luogo” costruito a tavolino per regalare allo spettatore un’esperienza il più possibile vicina alle premesse, per fargli trovare, nel modo più comodo e pratico possibile, tutto quello di cui ha bisogno per rivivere una certa idea nostalgica di immaginario degli anni Ottanta. In quest’ottica è facile notare come la seconda location più iconica della serie sia un luna park, altro “non-luogo” per eccellenza che di fatto è strutturato secondo una logica simile rispetto a quella del centro commerciale e in questo caso restituisce lo stesso tipo di esperienza.

Chiaramente Stranger Things è sempre stata questa cosa qua, ma la scelta di moltiplicare l’azione su tre piani ha permesso ai creatori di ampliare il ventaglio di citazioni e riferimenti possibili: se infatti le prime due stagioni si erano limitate a rievocare atmosfere più spielberghiane – da E.T. ai Goonies – passando per i romanzi di Stephen King, qui vengono tracciati nuovi filoni che seguono un immaginario della cultura popolare degli anni Ottanta che ancora non era stato toccato, come quello del cinema action. In questo senso, oltre al gioco di rimandi, i Duffer Brothers hanno scelto di costruire ognuna delle tre linee narrative su un determinato genere, amalgamando, forse meglio che in passato, le citazioni all’interno delle storie e dell’azione. Quest’alternanza di riferimenti e atmosfere diverse, restituisce costantemente la sensazione di passare tra le vetrine di un grande magazzino, tra franchising, ristoranti e sale cinematografiche rese omogenee dal gruppo di protagonisti che le attraversano.

Protagonisti che in questa terza stagione sono chiaramente cresciuti rispetto al primo episodio uscito nel luglio del 2016: sono entrati in quella fase in cui c’è chi pensa solo a limonare e chi invece non si capacita che i propri amici non siano più entusiasti all’idea di giocare tutti i pomeriggi a Dungeons & Dragons. Questi cambiamenti si riflettono ovviamente sulle dinamiche del gruppo, per la prima volta messo in crisi da un nuovo modo di vedere le cose, così come sul nemico da sconfiggere, non più rappresentato da una minaccia di natura oscura e delimitata nell’inconscio del Sottosopra, ma da un mostro in carne ed ossa, evidente e concreto quanto i problemi tra i ragazzi. A quest’evoluzione dei rapporti tra i personaggi corrisponde anche una maturazione nel tono del racconto, mai così tanto vicino a riproporre atmosfere del Carpenter de La Cosa o del Romero de Il giorno dei morti viventi.

Nel momento in cui si conclude il giro di giostra di questa terza stagione di Stranger Things, quel che rimane è la sensazione di aver vissuto un’esperienza appagante e divertente, che però svanisce all’arrivo dei titoli di coda. Esattamente come un pomeriggio al luna park o al centro commerciale. Per dirla con Brunori Sas, “secondo me non è che devi esagerare / con la lotta al capitale / ogni tanto ci puoi andare / pure al centro commerciale / e lo so che è disgustoso / disonesto e criminale / ma di estate si sta freschi / e puoi sempre parcheggiare”.