The Assassination of Gianni Versace

Una nuvola di colore indistinto, verde-acqua fumoso dai toni pastello, si spande lentamente fino a dissolversi in una rotazione della macchina da presa. Un movimento virtuosistico da capogiro che si ferma su un’inquadratura simmetrica e precisa, perfetta come il suo oggetto di studio: Gianni Versace.

The Assassination of Gianni Versace, seconda stagione della serie di FX, American Crime Story, comincia così, con un incipit pienamente in sintonia con la storia che vuole raccontare: l’omicidio dello stilista culto degli anni ’90, colui che, nelle parole dell’amico Franco Zeffirelli, ha «liberato la moda dal conformismo, regalandole la fantasia e la creatività». E lo stile scelto dallo showrunner Ryan Murphy è proprio così, spiazzante come i vestiti di Versace.

Fin dalle prime immagini si capisce che siamo di fronte a qualcosa di diverso dal solito per una serie: in un montaggio alternato amalgamato dal suono etereo di una sinfonia, si dipanano i fili di due vite. Da un lato Gianni Versace, che inaugura un’altra giornata della sua esistenza dorata, cullata negli agi di una ricchezza ovattata; dall’altro Andrew Cunanan, giovane di belle speranze recentemente convertito a serial killer, che scivola prepotentemente in una follia omicida senza possibilità di redenzione. Fino al momento cruciale, in cui le due vite si intrecciano con esito fatale: Gianni Versace viene ucciso da un colpo di pistola davanti al cancello della sua villa, il 15 luglio 1997.

La narrazione degli eventi procede quindi a ritroso, a partire dall’omicidio. Un modus operandi insolito per una serie true crime, che mette lo spettatore in condizione di sapere già chi è il colpevole, in una trama fitta di flashback e flashforward. Ma a reggere le fila del discorso in questo caos apparente, in realtà, un ordine c’è. Ed è il progressivo avvicinamento alla mente del protagonista. Che non è, come si potrebbe pensare, Gianni Versace, ma Andy Cunanan. Ecco che, quindi, episodio dopo episodio, il pubblico si trova sempre più invischiato nei meandri della psicologia malata del giovane venendo costretto, in un meccanismo tanto perverso quanto crudele, a entrare in contatto con la sua realtà distorta. La regia si dimostra abile nello sfruttare appieno gli strumenti tipici del genere, con la macchina da presa che funge ora da ospite indiscreto, nascondendosi nell’ombra, ora da zoom invadente che va a scavare nella psiche dei personaggi. Un occhio soggettivo attento a cogliere le sfumature più perverse dell’animo umano.

Dopo The People V. O. J. Simpson, primo capitolo della serie antologica, la seconda stagione di American Crime Story non perde l’anima intrinsecamente beffarda e autoreferenziale nei confronti della società contemporanea, quella vera, da cui sono tratti i suoi episodi. Un’anima profondamente calata nella realtà post-mediale, capace di introiettare e insieme rigettare l’accanimento cannibale dei mass media. Così la morte di un uomo diventa teatro dello sfoggio narcisista e ipertrofico di chi rimane: un’occasione di guadagno immediato, immortalata in una polaroid; un ricordo indelebile, stampato con il colore del sangue sulle pagine di una rivista; un trampolino di lancio per chiunque voglia mettersi in mostra, passeggiando a grandi falcate sul luogo del delitto come in una sfilata d’alta moda.

In questo mondo trasformato in spettacolo, la realtà sfugge continuamente di mano, manipolata dalle interpretazioni di giornali e notiziari, sottomessa a un’informazione ormai schiava, a sua volta, dell’estetica dell’eccesso. Le continue menzogne che Andy racconta a sé stesso prima che agli altri diventano esplicita rappresentazione di quest’epoca, figlie anch’esse della pura apparenza. L’apparire a tutti costi è lo slogan di Andy e della sua vita liquida

Darren Criss, già star di Glee, veste meravigliosamente i panni di questo prestigiatore di professione. Affiancato da una Penélope Cruz insolitamente bionda e volitiva che riesce a calarsi molto bene nel ruolo della sorella Donatella, mentre Ricky Martin è il compagno dello stilista, Antonio d’Amico. La famiglia Versace ha dichiarato che la serie non è autorizzata e si è dissociata da quella che considera un’opera di finzione. Ma del resto The Assassination of Gianni Versace è ispirata ai fatti narrati nel libro della giornalista Maureen Orth, Vulgar Favors: Andrew Cunanan, Gianni Versace and the Largest Failed Manhunt in U.S. History, e perciò è un’opera mediata da un’altra opera già mediata. Post-mediale per eccellenza.