Parlando nel precedente report del poco riuscito The Hollars (film che però potrebbe puntare al successo al box office americano), avevamo accennato dell’intraprendenza del regista e attore John Krasinski. Dopo aver lavorato insieme a Matt Damon in Promised Land di Van Sant, Krasinski è tornato a lavorare con l’attore americano producendo Manchester by the Sea di Kenneth Lonergan, ottimo sceneggiatore e talvolta buon regista.

Girato e ambientato sulle cupe coste del New Hampshire, sin dall’inizio Manchester by the Sea ha il passo della tragedia shakespeariana, con il giovane Lee Chandler che, dopo la morte improvvisa del fratello maggiore, si trova a gestire una difficile situazione familiare e lavorativa, oltre a un nipote ribelle e refrattario a qualsiasi regola e disciplina. Lonergan, però, mette troppa carne al fuoco: da una parte si concentra sul personaggio di Lee, descrivendo con eccessiva ricchezza di dettagli le traversie del suo passato (l’incertezza economica, le difficoltà nel farsi accettare dalla piccola comunità dell’East Coast…), dall’altro, grazie all’uso del flashback, cerca in modo didascalico una spiegazione alle sofferenze del nipote di Lee, di sua moglie e di altri personaggi minori. Rimane quindi un retrogusto di operazione costruita, molto scritta, poco originale, déjà-vu in tante situazioni narrative. Notevole, comunque, l’interpretazione di Casey Affleck, attore troppo spesso sottovalutato.



L’atteso e molto applaudito Certain Women ha confermato la bravura di Kelly Reichardt nell'affrontare grandi temi con il consueto stile minimalista ed essenziale. Nel film, tre donne di età diverse incrociano le loro esistenze nella provincia americana, una terra meno selvaggia del Pacific Northwest di Night Moves, Wendy and Lucy e Meek’s Cutoff, ma sempre lontana dai grandi centri urbani, dove la regista concentra il suo sguardo disincantato su personaggi combattivi e al tempo stesso marginalizzati dal sistema.

Certain Women si affida molto alle sue tre interpreti: Laura Dern, Michelle Williams (vera icona del cinema indie made in Usa con Greta Gerwig) e una perfetta Kristen Stewart. Gli spazi sono più circospetti del consueto, il dramma più da camera; non cambia però l’equazione del cinema della Reichardt, sempre dolente, malinconico e struggente. Diversamente da altri registi indie, la Reichardt non si ripete, cerca strade atmosfere e umori diversi. E se a una prima visione Certain Women può sembrare meno politico dei film precedenti (in particolare di Night Moves), in realtà mostra un’America orfana del proprio dinamismo, ancorata a una vecchia idea di supremazia; una terra che dietro una ripresa certificata dai numeri nasconde forse – e proprio nella provincia più profonda – malesseri, diseguaglianza sociale ed economica.

Infine, Yoga Hoosers di Kevin Smith: ambientato a Winnipeg, Canada, il film parte molto bene con la descrizione di un ambiente freak, volutamente caricaturale e iperrealistico. Protagoniste sono le due sorelle Colette, che gestiscono insieme un piccolo negozio dove si annidano l’inconsueto e il bizzarro. Un universo weird che Smith descrive con convinzione, senza lasciarsi intrappolare dagli stereotipi. Il film cambia completamente quando le due sorelle sono involontarie protagoniste di un incidente: Yoga Hoosets vira allora verso il dark e la black comedy, tra echi bartoniani e assonanze con i primi film di Raimi. Kevin Smith si perde per strada e con lui le sue due protagoniste. Il plot diventa complesso e a incastro, ma è come se, tornate dal loro incubo, le sorelle Colette avessero perso la curiosità verso il mondo e quel senso di snobistica superiorità che le rendeva uniche.