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A Crackup at the Race Riots di Leo Gabin

Da qualche mese a questa parte il social network Instagram ha iniziato a dare la possibilità agli iscritti di caricare sulle proprie pagine personali, dove normalmente vengono messe soltanto delle fotografie, anche dei piccoli video di bassa qualità di qualche secondo che rimangono disponibili alla visione per 24 ore, al termine delle quali vengono automaticamente cancellati dalla piattaforma. Se uno avesse la possibilità di non sottomettere la propria giornata vitale al limite della 24 ore e si prendesse la briga di guardarseli tutti, che cosa finirebbe per vedere? Cosa direbbero le milioni di ore di immagini di questi (soprattutto) adolescenti che ogni giorno riprendono la propria vita attraverso degli smartphone? Che rappresentazione darebbero dell’America di oggi?

Fino a qualche anno fa, quando la rappresentazione degli adolescenti americani (e quindi poi per estensione, anche di quella di gran parte dei giovani dei paesi occidentali) era “mediata” artisticamente, il registro di queste immagini sarebbe stato quello del disincanto. I film di Larry Clark, di Harmony Korine, per certi versi anche di Van Sant, la “dumb” generation immortalata da Longview dei Green Day o dalle canzone dei Nirvana veniva mostrata come “l’altra faccia” della società americana; l’“altra faccia” del suo benessere e della sua ideologia progressiva ed emancipatrice. È sempre stata questa la cifra delle rappresentazioni della gioventù, sia nella forma della promessa di emancipazione, come negli anni Sessanta, sia in quella del disincanto degli anni Ottanta e Novanta: la verità nascosta di un processo sociale generale. Il mondo delle droghe, la promiscuità sessuale che si vedevano in Kids erano allora dei segni di una crisi in qualche modo sociale: erano il margine, che proprio in quanto tale, parlava ancora di una totalità. O come recitava il titolo di un leggendario film sul punk americano degli anni Ottanta (che verrà anche proiettato nei prossimi giorni al Torino Film Festival), erano il segno del “declino della civiltà occidentale”. Le immagini dei giovani apatici, depressi, iper-medicalizzati o che magari soffrivano di ADHD erano comunque “segno” di qualcosa.

Ma cosa succede quando queste immagini non dicono più niente? Quando non c’è più alcun rapporto tra immagine e significato, nemmeno nella forma della sua crisi? Quando le immagini, forse proprio a causa della loro riproduzione dal basso incontrollata e senza alcuna mediazione (ma ci sarebbe bisogno di ben altra profondità d’analisi su un argomento di tale complessità) finiscono per essere semplicemente una seconda natura? Una dimensione del dire senza detto, dato che non si dice alcunché di particolare?

A Crackup at the Race Riots film di montaggio di spezzoni di YouTube del collettivo di video-artisti belgi Leo Gabin (ma il successivo corto Exit/Entry ne ricalca in gran parte l’estetica), ci consegna proprio questo regime dell’immagine: quello dell’indistinzione e della perdita di registri. Vediamo balli di adolescenti iper-sessualizzati, armi, annunci di suicidi, macchine che sgommano nei ghetti, una nana che fa uno strip-tease: si passa dall’ironia al dramma, dalla violenza al sesso, senza soluzione di continuità. Non c’è disincanto o euforia liberatoria. Le cose semplicemente ormai sono così, in una zona dove essendo scomparsa la separazione non esiste nemmeno la precondizione di un giudizio e di una scelta: questo è il mondo in cui viviamo dove l’intransitività dell’immagine (cioè, il fatto di non rimandare a niente che non sia sé stessa) la fa da padrona.

«Mi ammazzo o mi faccio un tatuaggio?», si chiede a un certo punto un ragazzo, senza che questo provochi alcuna reazione preoccupata da parte del proprio interlocutore. Nell’eterno presente manca infatti anche qualunque verticalizzazione temporale, e quindi manca anche l’assunzione del limite della morte. L’effetto è quello di trovarsi di fronte a una strana immagine-senza-alcun-movimento: A Crackup at the Race Riots pare essere l’eterna ripetizione di un loop dove le immagini si assomigliano tutte le une con le altre (le ragazzine che fanno i video in bikini nelle proprie case paiono essere tutte uguali) e dove la bassa qualità delle videocamere dei cellulari finisce per creare l’effetto di un continuum unico, dove nulla riesce mai a “staccarsi” dalla realtà da cui viene.

In un film che, nonostante il riferimento a Harmony Korine (dal cui romanzo deriverebbe la flebilissima “traccia” del film), sembra avvicinarsi più al Ryan Trecartin di Center Jenny che al regista di Spring Breakers, l’uso distorto delle voci finisce anch’esso per donare un senso di uniformità  e indistinzione assoluta. Come se l’immagine, nel momento in arriva ovunque nel mondo grazie alle videocamere a portata di chiunque, abbia perso qualunque valore di rappresentazione e sia diventata solo un pezzo inerte di realtà, così immanente da rendersene indistinguibile. È un grande insegnamento su come lo sguardo prima ancora che essere un raddoppiamento della realtà sia un taglio che ci separa e ci allontani da essa; e su come l’unico modo per produrre un pensiero, anche nel visivo, non sia la congiunzione il più fedele possibile con il reale, ma semmai la sottrazione da esso.