Il 31° Torino Film Festival, sezione Festa Mobile, regala al pubblico Frances Ha (2012), vera e propria gemma inedita della scorsa stagione, diretta da Noah Baumbach, talento della giovane cinematografia newyorkese.

Sulle note di David Bowie e sulle partiture di Georges Delerue, tra un bianco e nero à la Philippe Garrel in trasferta a NYC e un situazionismo à la Wes Anderson (per il quale il nostro ha co-sceneggiato Steve Zissou e Mr. Fox), Baumbach coreografa - è proprio il caso di dire - un gioiello cinefilo, lieve e malinconico, ironico e nostalgico, in cui una ventisettenne abita la città a ritmo di passi (falsi) di danza, in un corto circuito di dialoghi ed episodi che ammalierebbe Woody Allen e Paul Mazursky e Whit Stillman.

La sorprendente Greta Gerwig (attrice e co-sceneggiatrice insieme a Baumbach) scrive il copione per il suo personaggio maldestro e naif, reale e autentico, e vive da protagonista ogni singola sequenza così come la realtà impone che sia. Appunti di vita dove i capitoli si moltiplicano parallelamente ai traslochi e ai cambi di residenza, mentre gli indirizzi civici divengono didascalie d’intermezzo.

In un susseguirsi nevrotico e morbido di condivisioni di appartamenti (nelle intenzioni iniziali col fidanzato, poi con la sua migliore amica, poi con un paio di ragazzi, poi con una conoscente, poi in un dormitorio), Frances ridimensiona di continuo lo spazio in un contesto attuale dove solo più i ricchi possono permettersi di essere artisti. Fino a quando accetta l’impiego da segretaria d’ufficio nella compagnia di danza di cui era allieva ballerina e si trasferisce in a room of her own, un appartamento tutto per sé da cui riprendere, senza sacrificarla, la sua vita. Solo a quel punto la protagonista può apporre il suo nome sulla buca delle lettere. Ma lo spazio è ridotto e il cognome è troppo lungo, cosicché visibile solo in parte. L’identità rimane - come per molti di noi - ancora e sempre in via di definizione e di riconoscimento: Frances Halladay rimane, per il momento, Frances Ha.

La preziosità del film, in anni come quelli recenti in cui ci si continua a interrogare sulle sorti necessarie dello spettacolo cinematografico, risiede nei ritrovati calore e conforto di una visione che crea complicità tra personaggio e spettatore. Si ride e ci si commuove, con Frances e per Frances.

Baumbach, dal talento raffinato e generoso, filma un’opera newyorkese dove anche solo due giorni a Parigi o un breve ritorno a Sacramento (città natia di Greta Gerwig, non a caso) sono tappe obbligate di un unico appassionante viaggio: quello attraverso il pianeta Cinema e i suoi abitanti, attori e personaggi e spettatori. Vissuto con lo stesso sguardo complice e confortante e fiducioso che, nel caos di una stanza affollata, solo due amanti sanno scambiarsi.