Nonostante dichiari di lavorare in maniera pulsionale, Josephine Decker ha uno stile straordinariamente consapevole nel muoversi attraverso il genere (maschile/femminile) e i generi (horror, melodramma, erotismo). Il risultato è un punto di vista molto netto e definito sulla costruzione dello sguardo e, di conseguenza, sulla decostruzione di archetipi ai quali, grazie a un’ironica messa in scacco, dona nuova forza.

In Madonna mia violenta (2011) associa episodi di vita “pubblica” – la partecipazione a una manifestazione, una passeggiata, il viaggio in metropolitana – a altri più privati – l’autrice ripresa mentre fa l’amore col suo compagno. La naturalezza con cui filma vicende piuttosto comuni e quotidiane, senza che se ne avverta un cambio di registro, permette alla Decker di sbarazzarsi con grande intelligenza dell’immaginario erotico prettamente maschile (e maschilista) utilizzato per mettere in scena solitamente un rapporto sessuale. L’intimità dei corpi, l’imperfezione del contatto, le esitazioni e la confidenza tra i due, liberano i gesti da qualsiasi affettazione.

In Gone Wild (2014), invece, l’identificazione della donna in angelo del focolare – brava casalinga, cuoca esperta, moglie devota – viene ribaltata ironicamente: la protagonista si unisce nel bosco a altre ragazze che inscenano un rituale. I vestiti vengono strappati, mestoli e cucchiai diventano strumenti fiabeschi in mano a streghe divertite e, in maniera ludica, soluzioni utilizzate dalla pornografia vengono messe alla berlina, sostituendo fluidi corporei all’impasto di una torta.

Thou Wast Mild and Lovely (2014), infine, alla riflessione sul genere maschile/femminile associa quella sui generi che hanno fatto la fortuna di gran parte del cinema popolare statunitense. In una fattoria un giovane uomo viene preso come bracciante per l’estate da una famiglia composta dal padre e dalla figlia. Con un atteggiamento tra l’infantile e il selvatico la donna seduce il ragazzo, ne manipola il desiderio, entra nei suoi sogni e nei suoi incubi, diventa una specie di ossessione. All’arrivo della moglie col loro bambino, l’uomo si ritroverà, impotente, al centro di una tragedia familiare.

La Decker, con grande maestria, spazia dal melodramma a sfondo erotico all’horror, svelandone però i meccanismi e la meccanicità della risposta del pubblico stimolato da un’azione. Gli uomini del film reagiscono ma non agiscono, proprio come fossero il cane di Pavlov. Che poi il desiderio prenda la forma di un atto sessuale (l’uomo) o di un’azione violenta e sanguinaria (il padre) poco importa: sono le due ragazze, in maniera speculare, a decidere la sorte degli eventi: provocando, eccitando, uccidendo.

Da questo punto di vista Josephine Decker è l’esatto opposto di Jane Campion: tanto la Campion trova nello sguardo maschile il motore immobile da cui si irradia il desiderio che permette alle protagoniste del suo cinema di assumere un’identità, quanto la Decker pone nello sguardo femminile un’alterità vera e propria, a dimostrazione che ogni immaginario altro non è che una costruzione arbitraria, così come il linguaggio, e può dunque essere modificato o ribaltato.

I suoi film sono chiaramente ideologici, ma rifuggono vivacemente qualsiasi schematismo: non sono opere a tema, costruite per dimostrare che un punto di vista sia migliore di un altro o per imporre una visione del mondo. Ciò che emerge da questo trittico è una molteplicità di punti di vista, che però non si contrappone in maniera ortogonale a quelli dominanti, attaccandoli – come Lars von Trier con Nymphomaniac, che altro non é se non l’agguerrita ricerca di un modo nuovo, altro, di raccontare, e quindi di negoziare la realtà -, ma ne mette in ridicolo i modelli, lasciando allo spettatore il compito di riflettere sul proprio immaginario e su ciò che ne deriva.