La sapienza non è un film per cartesiani e men che meno per hobbesiani (a Woody Allen, tanto per dire, non piacerebbe).

Eugène Green, per dire qualcosa di importante sullo spazio e la luce - nell’architettura, nel cinema, nella vita -, si affida al barocco (è questo il riferimento ideale), e a una messinscena che a qualcuno potrebbe addirittura apparire anti-cinematografica (se il cinema consistesse nel rendersi invisibile): scrive i dialoghi perché siano detti invece che recitati; costringe gli interpreti a un tour de force anti-naturalistico, sguardo in camera, al centro dell’inquadratura, con stacchi che li separano nettamente dagli altri e dal mondo; costruisce la storia come fosse un monumento che innalza in onore di qualcosa che preferisce evocare soltanto.

Un architetto razionalista e materialista parte per un viaggio in Italia con la moglie, infelice quanto lui. Laggiù conoscono due fratelli, lei vittima di una malessere misterioso, lui preso dal sacro fuoco dell’architettura, della luce. L’uomo deluso dalla vita e il ragazzo che deve ancora cominciare a vivere partono per Torino e poi per Roma, e scoprono di avere molto da imparare l’uno dall’altro. Così come la ragazza che teme di perdere il fratello e la moglie che ha perso il gusto di vivere.

Bernini vs Borromini. La ragione e lo spirito. La conoscenza e l’amore. La precisione delle forme, la ragionevole organizzazione degli spazi perché siano funzionali (alla società), e l’intuizione della luce, la volontà di creare un “luogo” in cui ci sia spazio anche per l’invisibile.

Eugène Green guarda le forme architettoniche come pochi sanno fare. Il suo non è uno sguardo banalmente contemplativo, che cerca di contenere la bellezza dentro l’inquadratura perfetta. Percorre le forme, si muove con il loro movimento immobile, insegue i tragitti della luce, per poi riportarli dentro la vita dei suoi protagonisti, farli emergere nei dialoghi, riprodurli negli spazi (fisici e mentali) che devono attraversare per ritrovare se stessi.

Un film straordinariamente suggestivo e inattuale (le cui altezze ripagano ampiamente le rare cadute di tono e di ispirazione), in cui le ragioni della ragione e le intuizioni dello spirito finiscono per costruire un luogo cinematografico inedito, che noi spettatori non-cartesiani e poco hobbesiani abitiamo volentieri.