"Keeper"

Maxime e Mélanie che si amavano

Vince Keeper, al TorinoFilmFestival edizione 33. Vincono le vite fragili e sotto scacco di due quindicenni della piccola borghesia belga, in un festival con una proposta tanto ampia da permettere a ogni singolo spettatore di trovare una piccola segreta bellezza.

La bellezza dei quindici anni che fa innamorare Maxime e Mélanie, per esempio: occhi sognanti e passione mista a gioco e a un po' di ribrezzo per zone inesplorate del sesso. Tutto si comunicano attraverso baci e chat, persino una gravidanza 'sbadata'.

Il pancino silenzioso di Melanie accompagna l'alternarsi ondivago delle loro emozioni e reazioni: la regia documenta il succedersi, quasi 'ormonale', di scoppi di entusiasmo tra il coraggioso e l'incosciente, momenti di disperazione e senso di impotenza, confronti coi genitori e con le aspettative riposte da sé e dagli altri nelle loro giovanissime vite.

Due giovani, due corpi quasi bambini che «a quest'età hanno un modo tutto speciale di sedersi, di camminare, di vestirsi o di parlare», sottolinea il regista esordiente Senez, soprattutto due bei volti che la macchina da presa insistentemente tallona, a voler stanare espressioni spesso semplicemente smarrite, che fanno da contraltare al coraggio fiero da cui è animato soprattutto Maxime.

Il punto di vista insolito del ragazzo-padre su una gravidanza bambina è lo specchio di un approccio registico realista e di un'essenzialità che permette al film di essere toccante senza sbavature né eccessi di sentimentalismo, debitore di certo ai Dardenne e soprattutto al loro L'enfant (ai cui protagonisti somigliano Maxime e Mélanie, seppure come fratelli minori), ad Alain Tanner e Mike Leigh.

Spesso inquadrati frontalmente, in coppia, i due ragazzi raramente compaiono soli, bensì in piani in cui è presente uno dei genitori oppure il fratellino di Maxime o l'amico del cuore o lo psicologo del centro di ascolto a cui si rivolgono. In una significativa inquadratura, appare da solo il giovane futuro papà: quella in cui il suo corpo rannicchiato occupa metà del piano, mentre l'altra è territorio di peluche e giocattoli.

Nonostante la fierezza e il senso di responsabilità che i ragazzi tentano di far valere, si ha infatti l'impressione che non venga concesso loro di mostrarsi soli, né tanto meno di diventare padre e madre e attuare i loro progetti, come non avessero ancora ottenuto l'autorizzazione dai propri genitori. Possono decidere e vivere la loro scelta, soli, due giovanissimi alle prese con un problema tanto più grande di loro? Pare che la società dica di no: la natura li vuole già in grado di procreare, così come le loro pulsioni; la cultura, invece, tende a voler annullare ciò che ormai costituisce 'problema', una gravidanza. E così il nostro mondo isola il problema, ingabbiando Mélanie in una struttura che ricompone un presunto ordine etichettandola come “ragazza madre”, mentre contemporaneamente Maxime si trova chiuso in un avveniristico centro sportivo per un eventuale inserimento in un'importante squadra calcistica giovanile, come portiere. Nelle camere di queste due gabbie, i giovani sono soggetti a restrizioni, rese visivamente dai desolati piani in cui, lontani uno dall'altra, di spalle, guardano fuori dalle finestre o attraverso lo schermo del pc: quadri nel quadro a delimitare ancor più il loro raggio d'azione, la loro possibilità di movimento e scelta, in definitiva la loro vita.

Quando escono e si ritrovano, sembrano ormai essere troppo distanti: l'incoscienza svanita, la gioia coraggiosa vanificata, la scelta di diventare padre, soprattutto, resa complicata da domande a cui Maxime non riesce a dare risposte che non sgorghino spontanee e impetuose, e che al mondo, spietatamente, non bastano