"Balikbayan #1" di Kidlat Tahimik

Migrazione audiovisiva

10 agosto 1519, Ferdinando Magellano convince il re di Spagna Carlo I a finanziare un’impresa inaudita: trovare una via per l’Asia più breve di quella intorno all’Africa che assicurasse alla Spagna una tratta commerciale privilegiata con le Isole delle Spezie. Il celebre esploratore fu accompagnato da 234 marinai e dal fidato Antonio Pigafetta, che scrisse un dettagliato resoconto dell’intera avventura, la Relazione del primo viaggio intorno al mondo, preziosa testimonianza ritrovata solo nel XVII secolo. Nel manoscritto viene citato molto brevemente un certo Enrique di Molucca, schiavo/interprete di origini malesi che il 16 marzo 1521 salvò l’intera esplorazione da un probabile massacro: stremati e decimati, gli uomini di Magellano sbarcarono su un’isola delle Filippine, ed Enrique, conoscendo la lingua locale, si fece interprete delle esigenze indigene riuscendo a scongiurare un sanguinoso conflitto ‒ anche se il famoso viaggiatore morì nella successiva battaglia di Mactan.

Ma chi fu esattamente Enrique di Molucca? Quale fu il suo ruolo nella spedizione? Perché non conosciamo nulla di lui? Questi sono i principali interrogativi dai quali parte Balikbayan #1 Memories of Overdevelopment Redux III, capolavoro diretto da Kidlat Tahimik, esponente del Third Cinema sudamericano, nonché padre artistico del cinema filippino contemporaneo (Brillante Mondoza, Lav Diaz, Raya Martin), a Torino in concorso nella sezione Onde.

Quasi interamente girato con una Bolex Camera da 16mm, la produzione di Tahimik è l’esito di un’interminabile lavorazione: già nel 1979 il regista iniziò un film mai finito su Enrique di Molucca (interpretandone anche il ruolo); un'odissea che lo portò a recuperare il materiale solo nel 2013, operazione che ha dato vita a una delle pellicole più interessanti, avanguardistiche e sorprendenti di quest’anno cinematografico.

Il cineasta filippino naviga negli anfratti di una memoria collettiva ormai rimossa, sperduta, obnubilata dai flussi magmatici della coscienza per ricercare un elemento altro, dimenticato, indigeno, grazie al quale fu possibile la costituzione della storia europea. Anticipando e rinforzando alcune tra le più interessanti riflessioni provenienti dagli studi post-coloniali, Kidlat Tahimik imbastisce una complessa contronarrazione volta a scardinare il tradizionale racconto imperialista che permise all’Occidente di consolidarsi quale unico soggetto sovrano del mondo e della storia; in tale processo non solo viene espulsa ogni alterità, ma l’Altro viene considerato come mero oggetto da analizzare, marginale, sul quale si può esercitare ogni forma di potere e controllo causando quella che Gayatri Spivak definisce violenza epistemica.

Come scrive Giulia Belardelli: «La violenza epistemica può essere vista come la rottura violenta operata dagli europei sul sistema di segni e di valori, sulle rappresentazioni del mondo, sull’organizzazione della vita e della società dei paesi che ieri erano colonie e che oggi costituiscono, non a caso, il Sud del mondo […] è tramite la violenza epistemica che lo spazio del colonizzato è stato brutalmente trasformato in modo tale da poter essere portato all’interno di un mondo costruito dall’eurocentrismo».

Nel diario di Antonio Pigafetta non c’è spazio per il non-uomo Enrique di Molucca, poiché tutto deve ruotare attorno al soggetto bianco, europeo e colto. Norme universali che costituiscono, ancora oggi, l’umano par exellence e che il regista filippino decostruisce pezzo dopo pezzo tramite una narrazione della prima circumnavigazione del globo vista con gli occhi di chi è stato espulso dal sistema simbolico di riferimento in quanto eccedente, irrapresentabile. Il regista attraverso un linguaggio per immagini inedito e suggestivo, permette a Enrique di Molucca di rinascere nella Storia e nella narrazione, di essere riconosciuto socialmente, di parlare: ecco che l’intera pellicola si presenta come prometeico tentativo di rappresentare quell’interstizio limbico che separa la Storia dalla vita, dando voce allo schiavo Enrique e con lui a tutti quei subalterni ai quali viene impedita ogni possibilità esistenziale di abitare il reale, che non sempre, oggi come ieri, coincide con la realtà.

A livello stilistico Balikbayan #1 Memories of Overdevelopment Redux III si presenta come un inconsueto viaggio tra passato, presente e futuro: attraverso l’uso sapiente del montaggio alternato, il regista filippino intervalla le peripezie di Enrique e Magellano, nel loro infinito viaggio, a riprese più recenti incentrate su due storie diverse ma intimamente legate.

La prima vede come protagonista un giovane fotografo/artista dai lineamenti europei che vive da anni nelle Filippine e cerca disperatamente un vecchio scultore, interpretato dal regista, sulle montagne dell’Ifugao; la seconda è incentrata su una famiglia filippina e sul loro piccolo bambino, al quale vengono insegnate sia la lingua tagalog che quella bisaya, in un eterno gioco di similitudini, differenze e ricordi.

Per il suo carattere sperimentale, è impossibile cercare una linearità narrativa né tantomeno una coerenza testuale: poiché di Enrique non è rimasto quasi nulla, il cineasta malese gli ri-dona la voce attraverso una vera e propria migrazione audiovisiva, in cui vecchie riprese si fondono con video girati nelle contemporanee Filippine e con le risate aurorali del bambino, in un infinito vociferare che penetra prepotentemente nel mondo mediante un’immagine materica, sporca, in grado di catturare il logòs di una navigazione passata ma così importante da gettare luce sul presente.

Kidlat Tahimik dà vita a un film in grado di riportare a galla la verità e la dignità umana di Enrique di Molucca, una ricerca che permette al maestro filippino di riflettere sul colonialismo, sull’identità di un popolo e sulla memoria cinematografica in quello che potrebbe essere il completamento di un percorso artistico ormai decennale.