Un film che mette in scena una scelta stilistica minimalista, dunque, portandola il più possibile agli estremi. Tanto dal punto di vista narrativo, quanto da quello visivo.

Lui aspetta lei, seduto su una panchina del parco. Lei arriva e, dopo i saluti di rito, comincia una stentata e imbarazzata conversazione, che spazia tra i “dove abiti?”, “cosa studi?” e il caldo. Lei sembra distaccata, restia, intimidita. Si fa una passeggiata per provare a rilassarsi un po'. E così si viene a sapere che a lei piace la ginnastica, che lui pratica il kung fu, «cosa fa tuo padre?» e «lo sai che una volta mi sono rotta un braccio cadendo da un albero?». Si gioca, ci si avvicina, ci si piace. Una carezza, un bacio, una serie di gesti che rivelano più la curiosità e la voglia di scoprirsi propri dell'adolescenza, che non un vero sentimento. Non un caso, quindi, che nessuno si chiami mai per nome, come se quell'incontro fosse in realtà simbolico esempio di centinaia e migliaia d'altri, come se lui e lei potessero essere un lui e una lei qualsiasi.

Poi, d'improvviso, il ragazzo sostiene di doversene andare, si è fatto tardi e deve rientare a casa. Lei sceglie di restare seduta nel prato, di aspettare che cali la sera, e da quel momento comincia uno scambio di sms (nel silenzio più totale, interrotto solo dalla vibrazione del cellulare), che rivela piccoli segreti capaci però di distruggere l'idillio di poco prima.

Una storia lineare, che sembra uscita dal modello classico (quello aristotelico): uno spazio delimitato, una sola giornata di tempo, una singola vicenda messa in scena, che raggiunge un suo punto di rottura e porta la ragazza a conquistare una piccola crescita personale.

La vera protagonista è lei, allora, che – dopo un sogno in cui cerca di annullare il tempo camminando all'indietro e di vendicarsi – semplicemente se ne va, forse – e probabilmente – più consapevole e più istruita dal suo errore, dall'eccesso di fiducia riposta in quel giovane sconosciuto.

Minimale è però anche la scelta visiva. Le riprese sono statiche, basate su uno schema lineare: da una parte i primi piani dei due ragazzi, dall'altra, in contrapposizione, punti di vista più ampi per dar spazio alle altre persone presenti nel parco (che sembrano tutte capitate lì per caso, o forse sono le proiezioni dei suoi fantasmi interiori) e alla natura.

Una riduzione estrema che – contrariamente a quanto si potrebbe credere – si fa punto di forza del film. È il silenzio, infatti, che si fa vera voce del racconto: dai silenzi d'imbarazzo, quelli freddi, da riempire quasi con urgenza, ai silenzi di chi non ha bisogno di dire nulla, di chi si parla con gli occhi, e per concludere, infine, col lunghissimo silenzio di dolore, delusione, rabbia di una ragazza “tradita” e che non ha altra scelta se non quella di accettare l'accaduto e andarsene.