Torino 34

Porto di Gabe Klinger

Jake ha 26 anni, è figlio di un diplomatico americano, non ha particolari ambizioni e fa lavoretti saltuari trascinandosi per le vie tortuose della città mendicando un drink. Mati ne ha 32, è francese, fa la ricercatrice in archeologia e ha una relazione con il suo professore. Si incontrano a Porto, sul sito di uno scavo. Si rivedono in treno. Si ritrovano in un bar. Si perdono il mattino dopo.

Il pretesto dell’incontro d’amore fortuito tra due sconosciuti è una banalità sul grande schermo, e però ancora una volta si dimostra esserlo in virtù dell’infinità di variazioni sul tema che consente. Non a caso l’opera prima di Gabe Klinger, prodotta da Jim Jarmusch, è una rapsodia jazz in cui il tema principale (la notte che i due condividono) ritorna e ritorna costantemente in modi diversi, con diverse e nuove sfumature, senza però l’intento di ricostruire con precisione l’episodio: distrattamente, frammenti della notte emergono in mezzo a momenti precedenti e posteriori, come fanno i ricordi nella mente delle persone. Per questo anche lo stile e il formato del film si adeguano a questa frammentazione narrativa: dalla sgranatura del super 8 alla nitidezza, dal formato tradizionale ai 4:3, come modulazioni di ricordi che acquistano lucidità solo se raccontati simultaneamente da due amanti che si ritrovano, come miracolosamente, nella memoria.

Ma Porto non è soltanto un esercizio di stile poetico e svagato su un momento di presunta beatitudine (nel senso inglese di “bliss”), perché Klinger cerca di creare due personaggi esemplari e al tempo stesso tridimensionali, e la sua storia che a tutta prima sembra sospesa nel tempo acquista un significato molto attuale grazie al profilo dei suoi protagonisti. Se l’attrazione che li lega profondamente, anche se solo per un attimo, è qualcosa d’inevitabile («it doesn’t seem like a matter of choice», dice Jake incredulo, tenendo Mati tra le braccia), la loro incompatibilità appare chiara fin da subito.

La sceneggiatura riesce a creare un equilibrio perfetto tra la fiducia e il sospetto nei confronti di questa notte irripetibile. Mentre sembra credere genuinamente nel legame incomprensibile e inevitabile che si instaura a prima vista tra i due, Klinger dissemina già nel loro incontro una serie di elementi che dimostrano l’impossibilità di stare insieme, così come la consapevolezza di un destino di separazione nascosto sotto promesse reciproche d’amore e bugie a se stessi («but freedom is important to me», dice Mati parlando del suo professore, con il quale convolerà a nozze e avrà una figlia, come mostrano i tanti flash forward).

Mati e Jake possono amarsi per un momento perché sono entrambi due solitudini. Quella di Jake è la solitudine dell’outsider, che ha deciso di chiamarsi fuori dalla competizione e dalle pressioni della società tirando a campare, interpretato con perfetta stralunata malinconia (quando non con autentica sofferenza) da Anton Yelchin nel suo ultimo ruolo. Quella di Mati (Lucie Lucas), la solitudine dell’integrata, che fa tutto secondo copione per inseguire quella che ci hanno spiegato essere la  realizzazione personale e professionale. Per questo il loro epilogo non può che essere un ritorno alla propria solitudine, resa quasi più amara dal ricordo in sottofondo di una delle tante occasioni mancate e possibilità non accolte di cui sono fatte le nostre vite.