Onde

Sarah Winchester - Opéra fantôme

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A reality is just what we tell each other it is.
Sane and insane could easily switch places...
Il seme della follia
(John Carpenter, 1994)

La prima volta che ci si ritrova dietro le quinte di un palcoscenico si ha l’impressione di essere capitati all’interno di un labirinto: cunicoli, corridoi, fondali non utilizzati appoggiati a un muro che non fanno altro che aumentare la sensazione di spaesamento, porte che sembrano aprirsi sul niente, corde, scale sinuose, fari posizionati in mezzo al passaggio. E mentre chi lavora in teatro si sposta in quegli spazi con la stessa disinvoltura che avrebbe nel salotto di casa propria, il nuovo arrivato continua a sbagliare il percorso per andare ai camerini, ritrovandosi puntualmente di fronte a un muro, nell’ala opposta rispetto a dove dovrebbe essere, domandandosi chi abbia concepito un luogo tanto caotico e complicato.

L’Opéra Garnier, monumentale e leggendario teatro parigino, sembra l’emblema perfetto dell’edificio dalla struttura tortuosa e sorprendente. Quando lo scorso anno l’Opéra di Parigi ha progettato la 3e Scène, luogo virtuale in cui inserire i cortometraggi di registi, fotografi, autori di diverse discipline che, rispondendo all’invito dell’Opéra stessa – che per l’occasione ha messo a disposizione i suoi artisti e i suoi spazi –, hanno cercato di raccontare l’esperienza della musica, della danza, del canto attraverso la propria individuale sensibilità (non obbligatoriamente legata a trascorsi teatrali), non stupisce che Bertrand Bonello abbia deciso di affrontare il personaggio di Sarah Winchester, al quale stava pensando da tempo.

La tragica storia di Sarah Winchester è piuttosto nota. Sposatasi con l’unico figlio di Olivier Winchester, proprietario della Winchester Repeating Arms Company (ditta produttrice delle omonime armi da fuoco, protagoniste della Guerra Civile Americana), ha una figlia, Annie, che muore per marasma dopo poche settimane. Sarah cade in una profonda depressione, peggiorata qualche anno dopo dalla morte per tubercolosi del marito. La donna, persa ormai la lucidità, si ritrova a essere l’erede del 50% della Winchester Company. Affidatasi a una medium che motiva le drammatiche vicende che hanno segnato la sua famiglia come una maledizione per tutto il sangue sparso a causa del fucile Winchester, Sarah decide di impiegare il suo patrimonio per costruire un’enorme casa in cui ospitare il fantasma dell’adorata figlia e quelli di tutte le persone morte durante la Guerra di Secessione.

Sarah Winchester - Opéra fantôme mette in scena la follia salvifica di Sarah, salvifica poiché attraverso un progetto di casa totalmente delirante, la donna riesce a espiare la sua colpa. L’originalità del lavoro di Bonello va di pari passo con l’eccezionalità del disegno di redenzione della protagonista: per essere tale non deve terminare ma essere costantemente in fieri. La conclusione dei lavori di costruzione dell’abitazione di Sarah Winchester coincide con la sua morte; la coreografia che il regista, interpretato da Reda Kateb, sta mettendo in scena con la straordinaria danzatrice Marie-Agnès Gillot, non vedrà mai la luce, poiché “non esiste”. Non esiste in quanto manca di rappresentazione: non può essere rappresentato in maniera definita e definitiva ciò che si sta ancora creando. Se ne possono cogliere suggestioni, intuizioni, qualcosa suggerisce qualcos’altro e in un certo modo ne dà un senso, ma mai compiuto.

La casa di Sarah Winchester nella sua struttura labirintica e apparentemente priva di logica – scale che non portano da nessuna parte, porte che danno su un muro, finestre che si aprono sul nulla – sembra progettata da Piranesi, che aveva ideato una struttura simile per le “Carceri d’invenzione”. E in un certo senso la casa di Sarah è un carcere, la prigione della sua mente, un’immaginazione che va concretizzandosi e dalla quale la donna non vuole e non può uscire. Anche gli ambienti dell’Opéra Garnier sembrano, come si diceva all’inizio, un labirinto dal quale, una volta entrati, sembra difficile andarsene. Le geometrie che si ricavano dalle architetture impossibili di Piranesi o da una litografia tanto bizzarra quanto affascinante quale Relatività di Escher, sono simili a quelle che tagliano in lungo e in largo l’abitazione di Sarah Winchester e sono le stesse che disegnano, per magrezza e esercizio muscolare, la schiena “impressionante” di Marie-Agnès Gillot, tutta nervi e ossa, piantina a una dimensione della casa di Sarah, attraversata dalle scale di Escher, scolpita dall’immaginazione di Piranesi.

Nulla è dichiarato, tutto è suggerito, quasi con pudore, da Bonello, che si conferma, ancora una volta, geniale metteur en scène, capace di mescolare realtà e finzione, realtà e follia, in un equilibrio perfetto come un respiro trattenuto, il tempo sufficiente affinché il peso sia dosato e il corpo non si sbilanci, mentre è sospeso su un filo.

Arduo, pensando a Escher e Piranesi, non correre con la mente a quel che, in un certo senso, ne incarna e esplicita il paradosso: il nastro di Möbius. Impossibile orientarne la superficie, l’interno e l’esterno del nastro, che si chiude in forma pressoché circolare, non sono decidibili. Nella casa di Sarah Winchester la porta d’ingresso è all’interno dell’abitazione. Non c’è dunque una vera e propria separazione tra interno e esterno della casa, tra superficie interna e esterna del nastro di Möbius, tra la realtà fattuale e la realtà folle (ma non priva di logica) della donna, e nemmeno tra una coreografia che viene provata e ripetuta e le suggestioni che da questa scaturiscono. Sarah è giunta a creare uno spazio per la sua realtà. Ha creato uno spazio per i fantasmi dove poter annullare il tempo. I lavori avanzano ma quella casa in un certo senso esiste solo nella mente della donna, perché esiste solo nel suo farsi non nel suo essere fatta. Così la coreografia, che a un certo punto il regista chiede alla ballerina di “marcare” ossia di ripetere solo nella sua testa, senza muoversi. Sono entrambe, casa e coreografia, in via di perfezionamento, ma non vedranno mai la fine. Per questo l’unico modo di affrontare un personaggio tanto complesso come Sarah Winchester, metterne in scena la sua follia, è attraverso un’atmosfera, un’intuizione, una suggestione.

Da questo punto di vista Bonello sembra essersi ispirato a John Carpenter, alla sua capacità di creare immaginari tanto più potenti quanto più la storia appare “incredibile”. In un film come Il seme della follia (1994), ad esempio, si passa di continuo dalla realtà (o ciò che si crede tale) alla rappresentazione, all’invenzione, senza più riuscire a distinguere, alla fine, in quale dimensione ci si trovi. Per fare questo Carpenter crea delle atmosfere talmente efficaci da permettere allo spettatore di seguirlo, continuando senza alcuna fatica a sospendere l’incredulità. Bonello in neanche 25 minuti, attraverso la musica (da lui composta e che sembra richiamare quella di Il signore del male, 1987, sempre di Carpenter), l’uso della luce, i movimenti di macchina, la presenza di un manichino, una bambina macchiata di sangue e soprattutto il corpo alieno della danzatrice, concepisce un horror spiazzante e magnetico, evocando mostri e fantasmi.

Sarah Winchester - Opéra fantôme, gioiello di intelligenza e coerenza tra la messa in scena e il soggetto trattato, consente a Bertrand Bonello di indagare ancora una volta (si veda anche l’ultimo, splendido Nocturama) la rappresentazione, il suo potere illimitato, tanto affascinate quanto rischioso, mettendolo in costante relazione col presente, captando, con acume sorprendente, ciò che si muove al di sotto della realtà, nel momento esatto in cui sta per emergere: «Il popolo delle sale buie per cinquant’anni ha bruciato l’immaginario per scaldare il reale. Ora quest’ultimo si vendica e vuole vere lacrime e vero sangue» (Jean-Luc Godard, Histoire(s) du cinéma, 1988-1998).