Torino 34

The Donor (Juan Zeng Zhe) di Qiwu Zang

Nella Cina di oggi capita che anche all’interno della stessa famiglia ci siano delle disparità economiche talmente enormi che due cugini possano appartenere a due classi sociali completamente opposte. Cosa succederebbe se uno dei due, quello ricco – che può permettersi di comprare qualsiasi cosa – chiedesse al cugino povero di vendergli addirittura uno dei suoi due reni, al fine di donarlo alla sorella morente?

The Donor parte da un pretesto molto semplice (quasi banale) ed è capace di tramutarlo nello spunto per raccontare dall’interno la società cinese contemporanea. Ciò che sorprende di più nel racconto di Zang – qui al suo primo lungometraggio – è come una vicenda tanto elementare come quella descritta nel film riesca a trasformarsi lentamente e inesorabilmente in un gioco al massacro molto pericoloso. In un affare che travolge le coscienze e le convinzioni morali dei protagonisti e rende questi ultimi soggetti spietati capaci di abbandonarsi e cedere agli istinti più bassi, è l’intero tessuto sociale a essere messo in discussione. Le storture di un sistema classista e retto interamente dai rapporti di potere e (quindi) dal denaro e che nella Cina di oggi appaiono macroscopiche a ben vedere, appartengono però anche alle società di ogni parte del mondo. Ed è per questo che The Donor è un racconto universale che potrebbe essere raccontato in ogni luogo e tempo.

Zang, inoltre, pone al centro del film il tema del corpo. Una scelta che dà una forza ulteriore al racconto e permette di ampliare l’analisi sulle questioni del rapporto fra individuo e collettività. Vendere il proprio corpo (o una parte di esso) è la forma più estrema di spersonalizzazione. Una società dominata da sistemi prettamente utilitaristici e modulata su rapporti dominati esclusivamente da logiche economiche, produce una mostruosità come quella che il film racconta quasi senza rendersene conto. Il corpo sociale, violato da tali forme culturali, viola a sua volta il corpo individuale, mostrando di poter irrompere in maniera brutale in quello che ognuno di noi ha di più intimo e privato.

Il grande rigore estetico che il regista applica alla forma con cui racconta la storia è un’evidente eco di tutto questo. L’attenzione per gli spazi, per le geometrie della città e per i luoghi (la casa nel quartiere popolare, la villa, l’ospedale) dà forma a un immaginario che costruisce senso ancora prima della narrazione. Il lavoro sul sonoro poi, davvero straordinario, aggiunge al film una vena di inquietudine che tramuta la storia in un vero e proprio dramma oscuro, sotterraneo e nero come la pece. Un lavoro, quello del sound design, che si fonde perfettamente con l’incedere lento e calibrato della mdp, capace di muoversi sinuosa e di prodursi in carrelli e panoramiche vertiginose, lasciando letteralmente che lo sguardo arrivi sempre un attimo prima della parola. Ed è così che è fatto, quasi sempre, il grande cinema.