TFFDoc - Love

We Make Couples di Mike Holboom

Il tema della coppia ritorna in tanti film di questo 34° Torino Film Festival, da Between Us a L’economie du couple, da Suitcase of Love and Shame a Out of Love. In generale, in un festival che mostra un panorama più cupo e disperato del solito nelle tematiche che riflettono lo stato del mondo, la questione del privato (la coppia o in generale la relazione d’amore) sembra tornare in primo piano in modo prepotente e non poco problematico. Non a caso la sezione Doc ha deciso di dedicare un focus al tema “Love”, spaziando da corti poetici (e controversi) come La femme au cent-visages di Jean-Daniel Pollet, a documentari faunistici surreali come Les amours de la pieuvre, fino all’intervista di Fabrizio Terranova alla filosofa femminista Donna Haraway in Storytelling for Earthly Survival come voce di un potenziale superamento etico dell’enigma dell’amore e del desiderio: la vita e l’opera della filosofa suggeriscono la necessità di un’uscita radicale dall’inconscio e dalla Storia, tornando alla terra (“compost-human”) e proiettandosi in un futuro fatto di progettualità affatto idealistica in cui il “lifetime commitment” sia la chiave della relazione tra individui che si scelgono liberamente per creare comunità alternative che possano sostituire la forma obsoleta (e precaria?) della coppia.

La necessità di comprendere come si possa stare insieme, perché lo si faccia e se farlo possa essere una risposta alla domanda esistenziale che l’individuo non può fare a meno di continuare a porsi sembra acquistare una rinnovata urgenza di fronte alla crisi profonda che la nostra società e il suo sistema di produzione stanno attraversando. We Make Couples, ultima fatica durata ben sei anni del cineasta sperimentale canadese Mike Hoolboom, cerca di andare a fondo di questo problema con un film che sorprende trovare in questa sezione. Eppure c’è qualcosa di profondamente “reale”, e davvero documentario in questa trasposizione in parole e immagini di una ricerca, condotta a due voci (femminili), sul senso, politico e non, del mistero per cui due individui arrivino a riconoscersi e scegliersi per formare una coppia. Relazione che dialetticamente può apparire tanto come il modello su cui strutturare la rivoluzione (il patto di solidarietà, compassione e cooperazione che si instaura) e allo stesso tempo come la minaccia a ogni possibile uguaglianza , non solo nei confronti di coloro che restano esclusi dalla dinamica a due («I never voted for democracy in the bedroom, I cannot think of anything less sexy. If everyone is equal, why should I choose you instead of your neighbor?»), ma anche e soprattutto all’interno di essa, fatta com’è di proiezioni, ruoli e pretese reciproche ma mai paritarie.

Il tentativo di creare un’oasi di senso nel privato che vada a contrapporsi a un sistema di concorrenza e di costante emergenza quale è il capitalismo non è nuovo, anzi sembra una delle strategie più ovvie ed esplorate storicamente. Lo dimostra il cortocircuito creato nel festival dalla precedente proiezione del corto di Harun Farocki Arbeiter verlassen die Fabrik - Workers leaving the factory in cui il regista mostra varie rappresentazioni cinematografiche dell’uscita affannosa dei lavoratori dal posto di lavoro, come se corressero incontro alla “vita vera”: la coppia, il privato, sarebbero il luogo dell’autenticità che va a contrapporsi al tempo “rubato” dal lavoro, luogo dell’alienazione. La stessa scena dei fratelli Lumiére nell’omonimo film si ritrova anche nel film di Hoolboom, in cui però emerge con chiarezza l’insufficienza dell’analisi “politica” nella soluzione di problemi che non si esauriscono con il cambiamento del sistema produttivo: lasciamo la fabbrica per tornare a casa, dice una delle due voci («isn’t it an other way for saying “honey I’m home!?»), e entrare così in un’altra forma di solitudine. L’enigma della sessualità, del desiderio, di ciò che ci spinge a sceglierci e ad amarci non è un problema risolvibile (anche solo a livello teorico) soltanto in termini etici, diversamente dalla progettazione socialdemocratica di un’alternativa al modello economico vigente. E però è l’unico problema etico che conti, perché ha a che fare con lo stesso scoglio contro cui si scontra la possibilità di preferire un modello solidale e democratico: l’esistenza di interessi conflittuali, come sa bene lo stesso Marx. L’esistenza cioè di un conflitto che in ultima analisi risiede nella sostanziale discrepanza tra coscienza e cosa in sé, vale a dire il linguaggio, il processo di soggettivazione, ciò che rende gli esseri umani tali, il senso di essere qualcosa di distinto dal tutto, dal mondo, dalla natura, dalla specie, dall’altro. E a questi contrapporsi. 

Essere in due vuol dire dunque riprodurre un sistema di dominio, fatto di dinamiche di potere, ricreare nuovamente la distinzione tra me e l’altro, che come soggetto desiderante non posso che consumare proprio come farei con una merce qualsiasi? Oppure vuol dire viceversa opporsi a questo modello, dando forma cioè a un primo embrionale esperimento di solidarietà auspicabilmente esportabile su più ampia scala? Certo è che in questo secondo caso la forma sperimentale ricorda più che altro un altruistico amore materno (in una prospettiva che si avvicina quella del cosiddetto femminismo della differenza), sembra allontanarsi da quella tradizionale di coppia fondata sul desiderio reciproco e quindi frammista di sentimenti meno nobili ma molto più efficaci nel legare gli individui, come la competizione, il rancore, la sopraffazione, lo sfruttamento,  financo l’odio («As soon as I touch you, there’s a top and a bottom»). L’eros, intrinsecamente gerarchico, crea una verticalità che sembra incompatibile con le ambizioni della democrazia, della solidarietà, della tolleranza e della convivenza pacifica. È un processo creativo, espansivo, produttivo, proprio come il capitalismo. La camera da letto come la fabbrica. Si produce una relazione come si producono beni di consumo, prole, dinamiche di potere.

O film, come in questo caso. Esiste una produzione di senso che non sia almeno primariamente violenta? È questo che sembra chiedersi il regista in quest’ora in cui immagini di diverso tipo (found footage, filmini privati, pubblicità, animazioni, giustapposte e sovrapposte) accompagnano il frammento di un discorso amoroso resistente, anche solo nel suo chiedersi, ancora una volta e come sempre, che fare? La potenza del film non sta tanto nella gravità, nella radicalità e nell’importanza delle domande che solleva, quanto nella forza emozionale e realistica che riesce a ottenere. Interrogativi filosofici vengono esposti a due voci in quello che è prima di tutto un dialogo tra due (tre? Il proiezionista, l’amico immaginario di cui le protagoniste sentono la necessità. Quattro? Il regista stesso) individui, così che non appaiano come slogan o ideologiche prese di posizione pedanti, bensì come la ricerca condivisa di un orientamento possibile, come la ripresa di un discorso già in corso da tempo, in cui non occorre rispiegare ogni volta le premesse di un termine per comprendersi. Quando dicono “fabbrica”, “proiezione”, “ruolo”, “potere”, le protagoniste sembrano dare per scontato un piano di condivisione e intimità pregressa in cui riescono a coinvolgere e accogliere lo spettatore. Per questo, proprio come non è soltanto un film sperimentale, We make couples non è nemmeno soltanto un documentario: esiste nel film una vera e propria struttura narrativa che va dalla crisi (che si accompagna alla presa in analisi delle dinamiche di potere e reciproca proiezione di ruoli, aspettative e sfruttamenti), all’apparenza di una sua soluzione. La musica e il tono del film cambiano sul finale, la speranza di un riavvicinamento si fa plausibile: le voci si rincalzano nella proposta di un superamento, una conciliazione inevitabilmente aperta ma condivisa. I due soggetti sembrano riconoscersi nell’esasperazione di essere tali, decidono di provare, insieme, a non avere più paura, ad accettare il rischio e il cambiamento.

C’è qualcosa di diverso in questo finale da una proposta come quella di Haraway. Quella della filosofa sembra più che altro una soluzione contrattuale alla precarietà dell’esistenza (e a maggior ragione all’esistenza nel capitalismo), e quindi una soluzione rassicurante che esclude a priori ciò che di più intimamente terrificante possa esistere: la struttura del desiderio, che informa con la sua violenza la storia dell’umanità. L’autentica accettazione del rischio sta invece nel coraggio di assoggettarsi al desiderio, di entrare nella coppia, il vero luogo del pericolo dove le peggiori atrocità sono commesse, vero mattatoio, proprio come la fabbrica, dove si rischia di trovarsi alla fine consumati, prosciugati, reciprocamente indifferenti, “became trash”, senza alcuna rete protettiva, perché il “restare amici” non è una soluzione, non basta, e non a caso spesso è impossibile. Per questo, dice una delle due voci, «voglio ricominciare non dalle cose belle del passato, ma da quelle brutte del presente». È a partire dalle immagini trite e standardizzate della pubblicità, cioè dall’ideologia in cui siamo immersi, così come dalle lotte marginali, preesistenti, circoscritte, e ancora dai negativi delle nostre vite, dagli scarti, i detriti, le fotografie rovinate di un attimo insignificante – tutti elementi che Hoolboom concerta con straordinaria forza – che bisogna provare a comprendere se un’emancipazione è ancora possibile. Se una salvezza è possibile, non è isolandosi dal mondo o banalmente “resistendovi” che può essere trovata, ma assumendosi la responsabilità della storia (e della Storia), guardando in faccia la dialettica insopportabile e eticamente scandalosa dell’essere un soggetto nel mondo. La contrapposizione tra democrazia e desiderio è una falsa dicotomia, tolleranza e dominio non sono che due facce della stessa medaglia. Solo restando all’interno del circolo dialettico si può davvero fare la rivoluzione: “We make coup(les)”.