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Napalm di Claude Lanzmann

Per Claude Lanzmann quella del racconto è un’esperienza assolutamente imprescindibile. L’essenza della testimonianza, della narrazione in forma orale è un momento catartico e rivelatorio, quasi terapeutico. Il valore che è riuscito a dare all’interno della rappresentazione cinematografica alla testimonianza è del resto uno dei motivi che ha reso davvero unica l’opera che più si identifica con la sua personalità intellettuale e artistica: Shoah. La questione della memoria quindi, che dentro il racconto si conserva e che attraverso la parola si tramanda, è il tema fondamentale attorno al quale è imperniato il senso stesso del suo cinema.

Anche Napalm è costruito come un racconto orale, diretto e intimo di un’esperienza. Incentrato sulla vicenda personale del regista e su tre diversi viaggi da lui intrapresi in un lasso di tempo di quasi sessant’anni nella Corea del Nord, il film è soprattutto la rievocazione di un episodio particolare che Lanzmann stesso visse nel corso di un pomeriggio del 1958, all’epoca del suo primo viaggio a Pyongyang. Quel giorno passò alcune ore insieme a una ragazza – una giovane soldatessa – con la quale nacque un affetto reciproco destinato a essere vissuto nell’arco di poche ore. Napalm, l’unica parola che conoscevano entrambi che fosse comprensibile anche all’altro racchiude il senso e il valore di questo incontro fra due persone che è anche l’incontro fra due culture giocato sull’incomunicabilità e sul pregiudizio politico.

Il ricordo di quella giornata estiva di sessant’anni fa, rievocato in un racconto lento ed estenuante da un Lanzmann anziano e stanco ripreso in primissimo piano senza il sollievo di qualche immagine che intervalli il suo volto – se non le pochissime riprese della capitale “rubate” durante il suo ultimo viaggio del 2004 – non ha nessun particolare significato storico. E non è nemmeno troppo interessante a dire il vero. Motivo per cui il film – poco più di una personale videoagenda – avrebbe meritato un lavoro di editing più accurato. Ma è tuttavia un viaggio dentro il passato di un uomo che della memoria ha fatto una dottrina per la comprensione della storia. E anche solo per questo, merita di essere raccontata.