Torino 36

Marche ou crève di Margaux Bonhomme

«Your eyes / they turn me / turn me on to phantoms / I follow to the edge of the earth / and fall off / everybody leaves / if they get the chance / and this is my chance».

Così cantano i Radiohead in Weird Fishes, una delle canzoni che, inserite nella colonna sonora di Marche ou crève, sintetizzano al meglio il film. Perché l’opera prima di Margaux Bonhomme – letteralmente “cammina o muori”, in senso lato l’equivalente di “o la va o la spacca” – è una storia di comunicazione che va al di là del linguaggio propriamente detto, una storia di sguardi che sanno rivoltare in direzione di fantasmi, i propri e quelli dei propri obblighi, lasciando chi li riceve diviso tra l’amore e la voglia di libertà.

Il film racconta il rapporto tra due sorelle, Elisa e Manon, la seconda delle quali affetta da grave disabilità. È incapace di esprimere se stessa a parole, pertanto Manon, e la sua gioia, il suo dolore, i suoi bisogni e i suoi pensieri passano solo e soltanto attraverso gemiti poco distinguibili e grida, gesti primari e occhiate. Non può che essere una vicinanza fisica, quindi, quella tra le due giovani donne, in un “voler bene” che si esprime attraverso il sostegno letterale, del corpo che si appoggia al corpo, in un abbraccio, in un ballo, in una nuotata nel lago, nell’espletare necessità come l’andare in bagno o il lavarsi.

Ne risulta un film “fisico”, in cui la macchina da presa indaga la stretta di mano, in cui sentimenti e sensazioni sono filtrati dai movimenti: la rabbia di Manon si esprime dondolando il busto o mordendosi le dita, ma anche il bisogno di libertà di Elisa finisce per essere un’arrampicata su roccia, col sudore sulla fronte o con un ginocchio sbucciato. Un sostegno-appoggio che, pur fondato sull’amore sincero, soffoca, affoga, come nell’emblematica scena in cui la ragazza disabile, impaurita, tenta di nuotare e aggrapparsi alla sorella, spingendola sott’acqua in una metaforica “lotta” che rappresenta la loro intera relazione: Elisa – che visivamente sembra un po’ un omaggio alla Rosetta dei Dardenne – per vivere davvero deve fare come la madre che tanto detesta per le sue scelte, e allontanarsi a sua volta da Manon? Il troppo amore, l’aver ceduto alla disabilità ogni spazio della propria vita e della propria casa, può diventare insopportabile? Dove sta il confine tra voler bene e negare l’evidenza di un corpo che si fa adulto nonostante la malattia e che necessita di un aiuto professionale?

Ma soprattutto, esiste una scelta che non trascini con sé una lunga serie di sensi di colpa? Si cammina o si muore, come suggerisce il titolo; si coglie la propria chance o si cade, come cantano i Radiohead, ma l’una o l’altra opzione le si affronta sempre in compagnia di fantasmi e con le lacrime agli occhi, che possono risalire all’improvviso, in un felice pomeriggio tra amici, solo per aver visto sfilare la banda.