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Pretenders

C’è in Pretenders la stessa vena ingenua, malinconica e artificiosa di Summer, il film sul punk sovietico dei primi anni Ottanta di Keryl Serebrennikov. James Franco, che ambienta il suo ultimo film da regista all’incirca nello stesso periodo, tra il 1979 e il 1986, e che almeno nella prima parte ricorre alla medesima fotografia in bianco e nero smaltato e luminoso, affronta la Nouvelle Vague come il regista russo il rock anni Sessanta e Settanta: come un archivio di frammenti e modelli attraverso cui passano il sentimento e la creatività dei suoi personaggi.

È difficile da credere, ma succede ancora che oggi qualcuno – pur utilizzando il filtro dell’ambientazione nel passato – abbia il coraggio di mostrare spezzoni di Questa è la mia vita e La donna è donna, di truccare la propria attrice protagonista (Jane Levy) come Anna Karina o Jeanne Moreau o di rifare Ultimo tango a Parigi Jules et Jim (in generale il modello narrativo dichiarato), e attraverso questi omaggi smaccati e ritriti voglia far passare il racconto di un’amicizia maschile segnata dall’amore per la stessa donna e di una passione per il cinema che vive del desiderio di modellare l’esperienza sull’immagine… Puro midcult! Per di più fatto da americani (la sceneggiatura è di Josh Boone, la fotografia di Peter Zeitlinger) che, ambientando il film negli anni del post-postmoderno ma girandolo con le attuali tecniche digitali (luci filtrate, colori contrastati, artificiosi passaggi dal bianco e nero al colore), dimostrano l’impudicizia di un senso d’inferiorità verso la cultura europea che a distanza non solo di sessanta o trent’anni (negli Ottanta la Nouvelle Vague era già immaginario comune, e proprio in quel periodo McBride girava il remake di Fino all’ultimo respiro), ma addirittura di due secoli, continua a non passare.

James Franco non ha alcun spessore critico, né tantomeno senso del pudore da citare i film di Godard e Truffaut offrendo una nuova ragione per farlo: da sempre, anche prima di The Disaster Artist, sa di essere un regista sincero eppure un po' casuale, un pretender per l’appunto, e qui usa la realtà in bianco e nero e il cinema a colori proprio come Serebrennikov con le copertine di Bowie o dei Velvet Underground in Summer, senza nemmeno poter invocare l’innocenza degli appassionati di musica di San Pietroburgo nell’era Brežnev come giustificazione di uno spirito creativo da ragazzini…

Qui c’è riutilizzo e rievocazione a colpi di color correction e contorno occhi: il cinema diventa un trucco, lo spirito della Nouvelle Vague fissativo per immagini, una patina di luci, gesti e corpi da imitare. L’aspirante regista Terry, studente alla New York University (come Franco fino a qualche anno fa…), l’amico e fotografo Phil, l’attrice Catherine, che ama il primo, si mette con il secondo, anni dopo torna sulla sua decisione e infine fugge, sono come bloccati delle loro passioni già di seconda mano, condannati a imitare il cinema nella loro arte, a fare film, scattare fotografie, recitare come trascinati dalla corrente mossa dal tempo e dalla città in cui vivono.

In Pretenders – ed è questo il suo aspetto meno scontato – c’è un’atmosfera di decadenza che ricorda il cinema sul cinema della Hollywood classica a fine corsa, con i colori spessi e caldi della seconda parte che rimandano a un film come Due settimane in un’altra città e che accompagnano, appesantendola, la maturità sentimentale e professionale dei personaggi. Come succedeva già in Sal – a oggi il miglior film di Franco – sono l’indolenza delle atmosfere e il senso di soffocamento che derivano dalla ricostruzione storica artificiosa a segnare il destino dei personaggi e del film stesso.

L’incedere della morte a metà Ottanta, con l’arrivo dell’aids e l’autodistruzione di Phil, diventa una tappa inevitabile, un cedimento al sentimento e alla tragedia di una stagione. Allo stesso modo, il passaggio finale in Europa, il luogo d’origine del sogno, dell’amnesia, della finzione – e cioè il cinema, e più in particolare il cinema d’autore, l’idea di una purezza dello sguardo che vada oltre l’ossessione (come dice a Terry una compagna di studi particolarmente severa) – si trasforma in un impietoso confronto con l’idea del fallimento.

Con l’idea, soprattutto, che copiare la copia, come fa Franco con il postmoderno, e come fanno i suoi personaggi che modellano i loro film sulle loro vite a loro volte ispirate ad altri film, non fa altro che aumentare l’artificiosità di ogni forma d’arte – la distanza che separa la vita da un suo racconto il più puro, disinteressato, innamorato possibile.