Torino 36

Wildlife di Paul Dano

Un film piano, ordinato, semplice senza essere superficiale. Un film classicoWildlife, esordio alla regia dell’attore Paul Dano, che ha adattato con l’attrice e compagna Zoe Kazan il romanzo omonimo di Richard Ford, in Italia noto come Incendi (Feltrinelli). Un film come forse non siamo più abituati a vedere, soprattutto nel cinema indie americano, che indugia spesso e volentieri sugli stessi temi e le stesse atmosfere di Wildlife (la crisi della famiglia americana, la formazione di un giovane adolescente, il ritratto della provincia sonnolenta), ma senza la stessa precisione di sguardo, la stessa parsimonia e intelligenza nella scrittura e nella messinscena.

E se parliamo di precisione, parliamo soprattutto di corrispondenza tra l’umore del racconto, il suo tono malinconico, mesto, a tratti anche dolce, e la regia equilibrata nel rapporto fra spazio e personaggi, nella distanza media con cui sono gestite le relazioni al contrario troppo distanti fra i protagonisti. Il cinema classico americano era una questione di economia, di parsimonia, per l'appunto, nel gestire un ritmo e, oggi, un patrimonio immaginifico usurato e difficile da riproporre senza scadere nello stereotipo.

Wildlife sceglie la via di una moderazione di toni nel raccontare la crisi di una famiglia del Montana, fiaccata nel desiderio di realizzare un sogno di benessere dall’improvviso licenziamento del padre, un maestro di golf di bella presenza e grandi speranze, e dalla decisione di quest’ultimo di abbandonare tutto e tutti per recarsi in montagna a spegnere gli incendi che stanno devastando la zona. La moglie, disperata, rimasta sola cerca la compagnia di un altro uomo e sceglie la propria indipendenza; il figlio sedicenne osserva lo spettacolo triste del divorzio fra i genitori da un punto di vista laterale e inevitabilmente coinvolto.

Il racconto di formazione – genere per eccellenza dell’indie – non rappresenta però il fulcro narrativo del film: in linea con la scrittura sobria e oggettiva di Ford, Dano sceglie una prospettiva frontale, da pittura realista, in cui la solitudine di ciascun personaggio si ricompone nella tessitura solida del quadro generale. Gli incendi fanno da contrappunto simbolico alla vicenda; gli ambienti spogli e borghesi ne tracciano il quadro sociale ed economico; gli oggetti chiave (un vestito verde, un libro di poesie, degli indumenti intimi gettati nella stanza dove la moglie ha consumato l’adulterio) si fanno metafore di un desiderio che la superfice piana dello spazio americano e del racconto stesso faticano a contenere.

Wildlife racconta lo sfaldamento di una famiglia con uno stile che cerca all’opposto una costante ricomposizione formale e narrativa del quadro: la sua misura classica risiede proprio nel coprire la distanza fra il desiderio dei personaggi – in particolare del figlio, che vorrebbe scongiurare la separazione dei genitori – e la loro realtà deludente. Il cinema classico continua a esistere e, come in questo caso, a funzionare per una semplice ragione: perché riscatta il disequilibrio della vita, donandole la stessa forma chiusa di cui ha una storia ha bisogno per poter esistere.