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Lavori in corso, a Cineforum carta e web: l'ha certamente capito chi ha letto l'editoriale del direttore Adriano Piccardi sul nuovo numero di Cineforum. E, nel cambiamento della rivista nel suo insieme, vorremmo tener conto anche dei vostri desideri e gusti. Ecco perciò un questionario (anonimo) attraverso il quale noi possiamo conoscere meglio le vostre aspettative e le vostre opinioni, per noi preziose. Grazie.





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Concorso

The Evening Hour di Braden King

The Evening Hour è l’ennesima incursione di un certo cinema americano nelle pastoie tematiche della provincia americana. Una tendenza talmente radicata che da oltre vent’anni la si può ritenere un sottogenere del cinema indie. In questo caso, il film prende le mosse dall’omonimo romanzo d’esordio di Carter Sickels, ma si fa sempre una fatica immane a distinguere le varie storie, incastonate in diversi fusi orari, sempre però ancorate a una medesima realtà asfittica, chiusa, frustrante e senza speranza, se non quella, alla fine, di mollare tutto e tentare il grande salto alla scoperta di un’altra America possibile. Qua siamo a Dove Creek, West Virginia, non più «mountain momma», come cantava pieno di orgoglio nostalgico John Denver, ma località devastata dalle compagnie minerarie che ne sfruttano la ricchezza e ne deturpano l’armonica bellezza. Il protagonista, Cole, dall’antifrastico cognome Freeman, è un assistente sanitario in una casa di riposo per anziani che cerca di mitigare l’alienazione della conca in cui è ubicata Dove Creek spacciando ai coetanei antidolorifici raccattati in giro. Per quanto sul suo volto sia perennemente stampato un sorriso imbarazzato, che lo rende benvoluto dalla comunità (ma che fa nutrire più di un lecito dubbio sulla qualità interpretativa dell’attore che lo impersona, Philip Ettinger), Cole è a un punto morto della sua esistenza, perlomeno fino a quando non si ripresenta, improvvisa, la duplice ombra di un passato rimosso che lo obbliga a riconciliarsi con se stesso e con quelle che sono state le carenze affettive patite durante l’infanzia.

La narrazione di Braden King e di Elizabeth Palmore colloca la vicenda in mezzo al precario equilibrio esistente tra perdizione e salvezza, ancorandone gli estremi rispettivamente a un incauto amico d’infanzia e a una madre da sempre assente ma comunque in grado, al suo ritorno, di fornire un esempio (quello della fuga) fino a quel momento totalmente ignorato. Cole si pone esattamente in mezzo, a mediare tra queste due spinte dissocianti, alla ricerca di una forma di purezza, per quanto questa possa apparire alterata e fasulla in un microcosmo traviato, lacerato dall’alienazione e dal dolore di un luogo che produce macerie dell’anima e in cui tutto pare destinato a morire, gli affetti più cari ma anche le speranze, le poche aspirazioni, i progetti truffaldini.

Braden King attinge alla sua esperienza di fotografo e dipinge la vallata in cui sorge Dove Creek con caldi colori autunnali, generando un netto contrasto tra l’immobile opacità della cittadina e i cromatismi della natura circostante, che abbagliano, perché spesso inquadrati in controluce per illudere su una vitalità verosimile, sconfessata immediatamente quando il campo si apre per mostrare l’opera di sfruttamento del territorio ad opera delle compagnie minerarie. È in questa conflittualità l’aspetto più interessante del lavoro di King, qui al suo secondo lungometraggio dopo Here, di nove anni fa, un contrasto ribadito anche nel variegato uso di obiettivi e lenti che per sottolineare la mancanza di prospettiva dei personaggi ne schiacciano i piani ravvicinati contro gli sfondi, librandosi invece in squarci lirici, ampi e profondi per significare l’idea di un altrove possibile non appena la macchina da presa oltrepassa il confine cittadino.

È nella cura dell’aspetto visivo che The Evening Hour tenta di bilanciare la convenzionalità del suo racconto, ovviando anche ad alcune ingenuità nella direzione degli attori. Ed è in quest’ottica che si apprezza maggiormente l’ultima inquadratura del film, nella risultante simile a decine di altre che vedono la partenza come degno compimento, realizzata invece ricorrendo a un fuoricampo che sottrae il protagonista dalla visione panoramica della cittadina e lo fa quasi sgattaiolare via non visto, per farlo accedere altrove, verso altre narrazioni della sua esistenza, comunque lontane dalla conca in cui tutto appare immutabile e su cui si fissa, altrettanto immobile, l’immagine finale.