"Où est la guerre" di Carmit Harash

"Noi" e "Loro": cliché parigini

Vedere Où est la guerre di Carmit Harash a poco più di una settimana dagli attentati di Parigi, rende il film, già di per sé estremamente potente, un vero e proprio pugno nello stomaco.

Girata con enorme intelligenza, la pellicola smonta a uno a uno, non senza un'ironia sottile, tutti i cliché legati alla Ville Lumière, e pone una questione fondamentale: che tipo di rapporto si è andato a creare in questi anni tra i parigini (e i francesi in generale) bianchi, laici, borghesi benché non ricchi, molto spesso impegnati politicamente e soprattutto "tolleranti", e i parigini (e francesi a tutti gli effetti) che provengono da famiglie di religione musulmana, che sono di colore, magari parlano ancora con un accento marcato e portano sul corpo e nella voce i segni di una provenienza altra?

Alla mixité sociale, spesso sbandierata dalla Francia al pari di Liberté, Égalité, Fraternité, corrisponde un reale dialogo tra le parti o tutto è ridotto a una convivenza quasi forzata, in cui ci si osserva con sospetto e frustrazione e la violenza trattenuta sembra dover esplodere da un momento all'altro?

Ambientato per lo più tra Bastille e République, con alcune sequenza nel quartiere di Saint Denis, il film della Harash pone lo spettatore in una costante condizione di disorientamento, associando a situazioni e ambienti comunemente noti - un parco, un bistrot, una terrasse, una strada - altri dai quali lo sguardo viene di norma distolto - i clochard che da tempo sono installati nelle medesime vie, le comunità cinesi, coi loro negozi e il loro commercio, un malessere sempre più manifesto - fino a sovrapporre le immagini di Parc Monceau con il sonoro della Moschea al-Aqsā di Gerusalemme ("il richiamo alla preghiera", che è proibito in Francia), rendendo luoghi familiari improvvisamente perturbanti.

La volontà, piuttosto chiara, della regista non è di dare risposte o letture di situazioni socio-politiche assai complesse, ma sollevare questioni, cercando di farsi carico di un punto di vista spostato, non opposto, contrario, ma semplicemente "a lato" rispetto a quello attraverso il quale, ufficialmente, viene filtrata la realtà. Questo desiderio di vedere non solo al di là ma anche in una prospettiva differente, permette alla Harash di ribaltare gli stereotipi sui parigini e le loro abitudini.

Una poesia di Charles Baudelaire, Le chevelure, declamata dal compagno, viene rovesciata da un altro testo, questa volta letto dalla regista all'uomo, che fraintende le parole, piene di tormento ed estasi, e chiede "Cos'è, Baudelaire?", sentendosi rispondere "No, Toxic di Britney Spears!". L'approccio un po' brusco con un filosofo incontrato per strada, a cui la donna chiede un parere su Descartes e la guerra, si trasforma in una chiacchierata curiosa e divertita tra i due, fino ad arrivare al tentativo di seduzione un po' goffo da parte dello studioso.

A una settimana dagli attentati parigini, questo film dovrebbe essere visto sopratutto a Parigi e in Francia, da tutti coloro i quali suppongono si tratti di una guerra di religione, o che della fantapolitica hanno fatto il loro credo. Episodi di questo tipo, aberranti e terribili, dovrebbero spingere le persone a mischiarsi davvero con le altre per comprendere cosa rimane nascosto, cosa passa sotto silenzio, dov'è la frustrazione malcelata che crea un terreno fertile per rivalsa e violenza.

Tutte le parole e la retorica, spesso insopportabile, che un evento così tragico ha portato con sé, spingono a un arroccamento su posizioni ancora più estreme, chiuse a qualsiasi confronto. Utilizzare i luoghi comuni per difendersi dalla paura e mettersi psicologicamente in salvo dall'idea che la violenza sia davvero "diffusa" e potrebbe colpire ovunque, è probabilmente la mossa meno lungimirante.

Dopo la strage nella redazione di "Charlie Hebdo" e i fatti di sangue avvenuti all'Hyper Cacher, il supermercato kosher di Porte de Vincennes, a gennaio, all'ovvia reazione di sgomento si è però immediatamente associato un sentimento di estraneità (i bersagli sono estremamente precisi, "io" non faccio satira, non attacco i musulmani, non sono ebreo, dunque non posso essere colpito poiché, assecondando questa "logica", non avrebbe alcun senso). All'indomani degli attentati del 13 novembre, questa "logica" dovrebbe ormai aver mostrato tutta la sua debolezza. Radicalizzarsi sul tricolore e la Marsigliese (che tra l'altro è una canzone che gronda sangue da tutte le parti: Aux armes, citoyens / Formez vos bataillons, / marchons, marchons! / Qu'un sang impur / Abreuve nos sillons! - Alle armi, cittadini / Formate i vostri battaglioni, / Marciamo, marciamo! / Che un sangue impuro / Abbeveri i nostri solchi!), cavalcare il nazionalismo, appoggiare le politiche di esclusione, non fa che aumentare la tensione.

Prendere coscienza che siamo tutti parte del problema, che la separazione tra "noi" e "loro" è assai più labile e ambigua di ciò che crediamo - i video dei terroristi che rivendicano gli attentati, i loro volti, un certo modo di ammiccare alla macchina da presa, la consapevolezza della messa in scena, non sono lontani da foto e autoscatti di gente in posa, che si mette in scena, condivisi sui social network - potrebbe essere quanto meno un primo gesto per uscire da una palese condizione di stallo.

“In una folla soggetta a un imbroglio, la presenza anche di uno solo che non si lascia imbrogliare, può fornire già un primo punto di vantaggio” (Elsa Morante).