Raising Cain, 1992

Doppia personalità

Singola o doppia, tripla o multipla, di personalità deve averne proprio tante, un regista, per permettersi di fare quello che fa Brian De Palma in Rising Cain - titolo come spesso accade più bello di quello scelto dalla distribuzione italiana. Forse uno dei film in cui lo spirito burlone e ironico del regista americano emerge di più, con quell'incipit girato come una soap opera, seppur di lusso, tra orologi e vecchi amanti sbucati dal passato, concupiti sul letto di morte della moglie (che, guarda un po', si riprende e sgrana gli occhi proprio quando i due fedifraghi s'abbracciano a Capodanno). Dalla soap opera si passa al thriller, e si fa anche l'occhiolino all'horror, con Lolita Davidovich nello schermo della tv come Samara in The Ring, mentre si cita l'onnipresente Hitchcock e si anticipano i walk & talk sorkiniani. E così via, verso un finale multilivello in motel che è la prova generale di Femme Fatale e del suo incidente, coreografato come una danza, congegnato a orologeria come macchina di Rube Goldberg che ha come scopo unico e ultimo la fascinazione dello sguardo. Poi, tanto per non sbagliarsi, per ribadire l'anima buffonesca, i saluti si fanno col bubù-settete di John Litghgow in drag.