Mission: Impossible, 1996

Mission: Impossible

Il film per cui De Palma fu accusato di non avere più idee ma soltanto una squisita maniera: giusto solo a metà. La maniera è invero squisita: la discesa di Tom Cruise e Jean Reno nella stanza bianca del computer è rimasta nell’immaginario di genere. In un tripudio di immagini leccate e troppo perfette, il fascino è in una specie di discorso meta-filmico che oscilla tra caso e consapevolezza, tra qualcosa messo troppo a fuoco e qualcosa che emerge a fatica dall’ombra, in uno scarto. A partire dal ruolo di De Palma, che accetta un blockbuster su commissione, ma viene messo in secondo piano dall’esorbitanza dei primi piani (per contratto) di Tom Cruise (che produce). Al pari degli altri personaggi, sempre fuori campo, e un po’ fuori ruolo: la Béart femme fatale d’azione, John Voight bolso, Reno fuori dal noir. Forse l’unico in agio è Ving Rhames, che dall’immediato trascorso tarantiniano si porta dietro la sicurezza che non c’è niente di serio. Anche il tema, che diventa una hit, ascoltabile e ballabile, porta la firma degli U2, ma nella composizione di retroguardia, meno glam (Clayton e Mullen, senza Bono e The Edge). Diventerà anello di congiunzione di due serialità: dopo quella cinematografica, franchise di Cruise che (prima di affidarsi agli shooter di famiglia) vorrà anche John Woo e J.J. Abrams; prima quella televisiva, cult degli anni ’60 e ’70 che parlava di spie facendo finta che la Guerra Fredda non esistesse.