Murder à la mod, 1968

Murder à la mod

Un giovane amante e studioso di cinema si incammina in modo divertito e caracollante verso il suo sanguigno futuro, sperimentando in modo proficuo una “poetica degli errori”. Fra Godard e lo slasher, passando per le comiche del muto. Il primo (anche se non primissimo) De Palma gioca liberamente con i propri miti di riferimento, con una libertà compositiva e una multiformità stilistica che sfiora il pastiche e la mésalliance di generi. Ma non è detto che questo sia un male. Una congerie di personaggi, o piuttosto, figure che si muovono attorno a uno studio fotografico, rimettendo in scena se stessi e giocando all’omicidio. Fra punteruoli veri e finti, mise en abyme di sguardi scopofiliaci, un fotografo “rifà” Peeping Tom, mentre le sue vittime e i suoi compagni si ritrovano sballottati in un irriverente limbo filmico che permetterà il passaggio da Blow Up a Blow Out. Dopo il suo primo lungometraggio ancora un po’ anonimo, qui vediamo per la prima volta il De Palma che sarà: è come se questa pellicola sfrangiata ed eterogenea fosse la porta girevole fra il suo primo amore JLG e il padre putativo Hitch, fra il Brian degli studi e il Brian degli Studios. Fra accenni seminali della sua poetica del voyerismo e la risemantizzazione in salsa nouvelle vague della tradizione del thriller hitchcockiano, ci vediamo scorrere davanti infatti un catalogo delle sue ispirazioni: è come se i procedimenti formali (il jump-cut, la plurifocalizzazione degli eventi, il frame-stop, la sperimentazione con focali e mascherini, lo svelamento del “trucco”…) venissero adoperati all’interno di uno sforzo quasi sovrumano, teso a comprimere in un unico testo filmico un amalgama di suggerimenti cinephile.