Orizzonti

Espèces menacées di Gilles Bourdos

Stefano Benni ha scritto che fra tutte le specie quella umana è quella che corre il pericolo maggiore d’estinzione, dal momento che, a differenza della specie animale, oltre a se stessa non ha nessuno predisposto alla propria salvaguardia.

Le tre storie raccontate in Espèces menacées (“specie a rischio”, per l’appunto) compongono un trattato visivo in risposta a una tale affermazione, evidenziando la spinta antievoluzionista insita in ogni relazione umana.

Adattamento di un libro di racconti (The Stories of Richard Baush), il film ha inevitabilmente una tessitura corale, un esemble in cui il principio del mosaico fa incrociare le storie di sei personaggi: una coppia formata da Josephine (Alice Isaaz) e Tomas (Vincent Rottiers) che va in crisi in seguito alle violenze fisiche perpetrate dal marito; la giovane Melanie (Alice de Lenquesaing) che comunica al padre Vincent (Eric Elmosnino) di essere incinta di un suo professore universitario molto grande; il giovane outsider Anthony (Damien Chapelle), incapace di trovare una sua strada verso la sessualità e costretto a prendersi cura della madre Nicole (Brigitte Catillon) in cura per motivi psichiatrici.

Il film si apre con una lunga sequenza dominata da colori saturi di macchine in corsa, che ricorda, anche cromaticamente, Crash di Croneberg; la ripresa inizialmente aerea si stringe per fare emergere i due neosposi alle prese con i festeggiamenti; una sequenza esteticamente energica e d’impatto, che rimane pero un unicum all’interno del film. Tornati in hotel, i due iniziano a litigare in seguito a un gioco del mimo malriuscito che porterà alla rottura della relazione; un tema, quello della rottura della coppia, filtrato da una crisi in primis linguistica dagli echi godardiani.

La seconda sequenza mostra invece il dialogo tra Melanie e Vincent, un dialogo carico di humor e toni surreali, che alleggerisce la Stimmung della prima sequenza e catapulta in atmosfere tipiche da commedia francese contemporanea. Nonostante il bilanciamento emotivo dell’incipit, il film fatica però a tenere nel seguito un ritmo narrativo avvincente e le storie dei sei personaggi appaiono pirandellianamente in cerca di autore e faticano a trovare un senso comune.

Bourdos ha affermato di essersi ispirato alle atmosfere di Carver, ma al suo film mancano sia il minimalismo estetico alla Jarmusch sia la claustrofobia del quotidiano tipica dei Dardenne (per altro coproduttori del film). L’intimità degli spazi interni è sempre bilanciata dall’ampiezza di quelli esterni, con il risultato che la narrazione è sempre molto dinamica, ma le singole storie non riescono mai a esprimere un’emotività profonda. Gli stessi contrappunti del montaggio (come per esempio le inquadratura di alberi che intervallano le storie) diventano escamotage meramente estetici e narrativi e non trovano mai una corrispondenza simbolica nel tessuto del racconto.

Bourdos, piuttosto, lavora meglio con la sottrazione della violenza, ponendola al centro del racconto ma evitando di mostrarla, o ancora chiude il suo film con una gravidanza annunciata, immersa in una luce caravaggesca che cerca continuamente, non trovandolo, un climax estetico. Se l'amore, insomma, è ciò che permette alla specie di andare avanti, esso è anche la causa del suo collasso nella vita reale. Come in fondo questo stesso film, che si sgretola attorno alle immagini da cui prende vita...