Concorso

Jusqu'à la garde di Xavier Legrand

Una giudice; una donna piccola, determinata, eppure vagamente dimessa. La sua assistente la raggiunge nell’ufficio. La causa al centro dell’udienza che stanno per affrontare è di ordinaria amministrazione, ne capiteranno una ventina ogni giorno, eppure ognuna di queste è delicatissima: si dovrà stabilire a quale dei due ex-coniugi Besson, Miriam o Antoine, affidare il piccolo Julien, di anni 11; l’altra figlia dei Besson, Josephine, sarà tra poco maggiorenne, per lei il problema non si pone. L’esposizione della giudice, l’audizione delle due parti, avvengono in sostanza in tempo reale, nell’incipit di Jusqu’à la garde; due litiganti che, ascoltata la dichiarazione registrata del piccolo Julien, si presentano entrambi, per voce di due giovani avvocate, come bianchi, innocenti, lesi e offesi dalla controparte; e la giudice ricorda loro come in realtà i fatti non sono mai da interpretare secondo un criterio manicheo, binario, bianchi o neri, che la realtà è complessa, sfumata. Lo spettatore, coinvolto in questo gioco delle parti, comincia a difendere alternativamente l’una e l’altra, a sospettare, quasi auspicare, che il film possa prendere una piega squisitamente processuale, a porte chiuse: le tensioni, il linguaggio, gli sguardi degli ex-coniugi potrebbero forse anche reggerlo. Ma questa sorta di dibattimenti si risolve, nella realtà quotidiana, in meno di venti minuti, e così avviene anche sullo schermo, proprio, come dice il titolo, fino all’affidamento congiunto.

Xavier Legrand riprende, per il proprio esordio nel lungometraggio, i personaggi del suo fortunato e premiatissimo corto Avant que de tout perdre (2013, vinse il César ricevette anche una candidatura all’Oscar), che in qualche modo può essere interpretato come il prologo del segmento narrativo raccontato in Jusqu’à la garde, che ne riprende in buona parte il cast degli adulti, a partire da Denis Ménochet e Léa Drucker, entrambi, nella prima sequenza, sigillati in un silenzio a orologeria, un silenzio che coinvolge anche i figli, soprattutto, Julien (Thomas Gioria): chi conosce il lavoro del 2013 sa quali lividi covano sotto quel tacere e quelle reticenze, e cosa potrebbe esplodere, ed esploderà. Il pubblico “vergine” lo sospetta solo, depistato, come d’altronde la giustizia, proprio dall’udienza iniziale.

Però, se nella dichiarazione di Julien e, proseguendo il film, nelle sue conversazioni con la madre, con la sorella, coi nonni materni, il padre Antoine non viene mai nominato direttamente, diventando l’Autre, non sfugge all’orecchio allenato e allo sguardo dello spettatore l’assonanza tra questo nomignolo e uno dei babau delle fiabe par excellence, l’Ogre, l’Orco, e l'esposizione dei fatti diventa, a tutti gli effetti, manichea. Perché nella sua robusta ma assai prevedibile progressione verso l’esplosione della violenza famigliare, Legrand ridistingue buoni e cattivi, e sembra scomodare più Vladimir Propp che Sigmund Freud o Jacques Lacan; e si concede la libertà, proprio sul finale, di spalancare il frame al primo piano, didascalico come nemmeno in una pubblicità progresso, del poliziotto buono del call center, e di far aprire la porta di casa alla dirimpettaia, la signora B-o-u-h-a-d-d-i, ex-machina provvidenziale, ma anche giudice ambigua, di fronte alla quale Miriam richiude l’uscio ferito del proprio appartamento, perché certi fatti sono strettamente personali, e il silenzio rende le vittime complici.