Fuori Concorso

My Generation di David Batty

My Generation non è un film cosi scontato come si potrebbe pensare leggendone qualche sintetica sinossi. C’è tutto quello che ti aspetti in un film di montaggio su quell’età indimenticata e indimenticabile che fu la swinging London: anni esplosivi che segnarono per sempre la storia del costume, della musica, del cinema ma anche, più in generale, il corso della Storia.

David Batty è un documentarista per lo più televisivo e da qui forse arriva il taglio divulgativo del film; ma non è un difetto. La capacità di affabulazione è affidata al volto sornione di Michael Caine (anche produttore), al suo accento irresistibile, al suo charme che resiste al tempo e che si insinua, inquadrato come è all’interno di un camerino come stesse sul punto di entrare in scena, tra straordinari spezzoni di film, frammenti di casting, materiali di archivio più o meno noti. E poi ci sono le interviste che si srotolano come un tappeto sulle o sotto le immagini. Caine dialoga infatti con i maggiori protagonisti di quel periodo (quelli vivi) restando però sempre fuori dall’inquadratura; raccontano aneddoti, storie, fanno osservazioni, battute, si scambiano ricordi, ridono come vecchi amici davanti a una tazza di the o con un bicchiere di wiskey in mano mentre lo spettatore si gode un viaggio nel tempo e nell’energia di quell’epoca. Non si vedono mai oggi, Marianne Faithfull, Paul McCartney, Mary Quant, Twiggy, i Rolling Stones ma si sentono parlare e le testimonianze si fanno graffiate e vissute come lo sono diventati i timbri delle loro voci mentre i loro corpi si muovo giovani e “sovversivi” sullo schermo.

C’è il cinema, ovviamente: la carriera di Caine e attraverso di lui anche la storia dell’Inghilterra di quegli anni, l’inurbamento dei provinciali, il sollevarsi della working class, il classismo della società britannica, le piccole grandi rivoluzioni della società attraverso il teatro e il cinema.

C’è la moda e attraverso i racconti dei designer, delle modelle e dei fotografi il cambiamento epocale, l’emancipazione, la sensualità, le droghe ma anche la politica e il sovvertimento di una società conservatrice come poche.

E poi, naturalmente, c’è la musica (oltre a Caine tra i produttori Simon Fuller leggendario produttore discografico e televisivo inglese) che si iscrive sulle immagini, che le scrive in prima persona, e che le persone, quelle che l’hanno fatta, ascoltata, ballata raccontano allora e oggi. Molti i pezzi di footage conosciuti, come i celebri arrivi dei Beatles in America, ma anche meno prevedibili, come le immagini dei quattro di Leverpool in condizione estatica – e confusa – mentre si aggirano all’aeroporto di ritorno dall’India. 
Un film denso e intelligente, un continuum di colori, emozioni e vitalità che diventa puro godimento e dal quale si esce nostalgici e galvanizzati, divertiti e anche un po’ commossi.