Concorso

Sweet Country di Warwick Thornton

Un western in concorso ci sta sempre bene. L’anno scorso Brimstone di Martin Koolhoven era un po' troppo sopra le righe, anche per la mescolanza con l’horror i suoi riferimenti religiosi troppo urlati per essere credibili. Molto più riuscito nei suoi sviluppi narrativi, e molto più appropriato nell’uso del genere per una lettura della realtà, è invece il western di quest’anno, Sweet country. Un western sui generis che si discosta dai canoni abituali sia per la collocazione geografica (l’Australia, sfondo paesaggistico suggestivo), sia per quella temporale (la storia si svolge dopo la prima guerra mondiale). Che si tratti di un western è però evidente: al centro del film di Warwick Thornton ci sono infatti due dei temi più tipici del genere: la caccia all’uomo e l’instaurazione della legge nella società declinati al tempo del conflitto che ha opposto colonizzatori e aborigeni.

La struttura del film è continuamente punteggiata da brevissimi flashback e flashforward, una scelta narrativa che sembra voglia riflettere la peculiare concezione del tempo degli aborigeni. Si legge in The Aboriginal concept of time and its mental health implications (A. Janca e C. Bullen,  in “Australasian psychiatry”, 2003): mentre “nella cultura giudaico-cristiana il tempo è percepito come caratterizzato da una forma ‘lineare’ (ossia, passato-presente-futuro)”, vi sono “culture che non percepiscono il tempo come un fenomeno lineare e che hanno un calendario fatto di molteplici categorie di tempo simultaneamente esistenti: [...] la concezione del tempo degli aborigeni differisce da quella giudaico-cristiana sotto diversi aspetti. Per gli aborigeni il tempo è multidimensionale e può essere descritto ‘come un lago nel quale puoi nuotare in diversi modi e direzioni'. [...] Il tempo è intorno a te in ogni momento. Non lo si può separare dalla vita né lo si può vedere come un insieme meramente funzionale di secondi, minuti e ore”. Il tempo, secondo questa concezione, non costituisce un “sistema assoluto” ma è piuttosto qualcosa di “specifico, di concreto e contestuale” alla vita di un individuo: “gli eventi importanti per una persona o una comunità aborigena […] possono esistere in concomitanza con il momento attuale, anche se si sono verificati in un tempo lontano”. I frequenti inserti sul passato o sul futuro (previsto o desiderato) intendono per l’appunto dare rappresentazione cinematografica a questa idea del tempo, alla quale si oppone la ricorrente presenza di un orologio, ossia del più evidente simbolo della concezione lineare del tempo.

Il contrasto tra queste due concezioni sta quindi a rappresentare un più ampio conflitto tra culture a cui il diritto (qui personificato dall’arrivo di un giudice scrupoloso ed equanime) può fornire soluzioni solo parziali e temporanee: i concreti rapporti di forza pongono infatti gli aborigeni in una posizione di inevitabile inferiorità rispetto ai colonizzatori e questo li costringe a subire una forzata, e violenta, integrazione (il film si chiude proprio sull’orologio maneggiato con incertezza da Philomac, il ragazzino aborigeno che più di ogni altro ha introiettato valori e modi d’essere dei colonizzatori). Le conseguenze, in termini di discriminazioni e sradicamento, di questa integrazione continuano però ancor oggi a incidere sulla società australiana: una delle ultime battute del film, quella di Sam Neill che mette l'accento su come non ci sia piùnon speranza per questo Paese, intende chiaramente indicare che nel racconto di questi eventi lontani nel tempo si trovano radici di problemi ancor oggi attuali. Didascalicamente, il film fa svolgere il processo sulle sedie del cinema ambulante, come a dire che solo il cinema può compiere un risarcimento di giustizia che nella realtà è impossibile. Ma per altri versi il film riesce a evitare altre dichiarazioni così scoperte e forzate (come nella scena del tentato stupro ad opera di un gruppo di aborigeni che smantella ogni residuo del mito del “buon selvaggio) e proprio attraverso la struttura temporale riesce a costruire l'aspetto più convincente della sua struttura formale.