Concorso

The Insult di Ziad Doueiri

Città precocemente cosmopolita e obiettivamente ricca (da anni è tornata a essere la piazza di riferimento di un Vicino Oriente sempre più rovente) Beirut è una metropoli che, in realtà, fatica, non poco, a cambiare pelle (come del resto tutto il Libano): uscita devastata dalla guerra civile (1975-1990), è stata riedificata al centro, con un’impronta nettamente occidentale, mentre la periferia mantiene l’aspetto sconnesso e difficile di un tessuto che non riesce a nascondere le cicatrici. Cicatrici ben evidenti anche nella vita della popolazione civile, nella distribuzione etnica dei quartieri, nella gestione della questione palestinese. In questo contesto si muovono, non si dovrebbe nemmeno mettere in dubbio, i partiti, soprattutto quelli populisti, con i delegati che gestiscono e coordinano da vicino i tentativi di riassesto e riqualificazione, e alimentano al contempo squilibri e diffidenze.

È nel contesto di un comizio del Partito Cristiano – un cartello all’inizio del film ci ricorda che gli autori in nessun modo intendono rifletterne le posizioni, e un ruolo in questo senso lo avrà forse esercitato anche la recente elezione, ottobre 2016, del presidente maronita Michel Aoun – che vediamo per la prima volta il garagista Toni (Adel Karam), il quale poi tornerà, galvanizzato, a casa, dalla giovane moglie Shirine, che è incinta: nella camera della nascitura già campeggia la gigantografia del capo della formazione politica. Di lì a poco ci verrà presentato Yasser (Kamel El Basha), ingegnere civile palestinese che, profugo, lavora da anni come capomastro: durante un sopralluogo nel quartiere di Toni un getto d’acqua lo investe in pieno, provenendo proprio dallo scarico abusivo del balcone del garagista. Quest’ultimo non gradisce né la richiesta di chiarimento, né la messa a norma coatta di questo banalissimo dispositivo, distruggendo, anzi, il lavoro del palestinese, con un gesto che suona come una dichiarazione di belligeranza. La reazione di Yasser non si lascia attendere: «brutto stronzo», dice all’obiettivamente spregevole futuro padre, e questo è il primo degli insulti a cui fa riferimento il titolo, innesco di una reazione a catena che scopre, o, meglio, vorrebbe scoprire, alcune delle cicatrici di cui sopra, e si aggrava quando il tentativo di conciliazione civile tra i due fallisce: «Ariel Sharon avrebbe dovuto sterminarvi tutti» dice Toni, e la reazione si fa fisica, due costole rotte, un parto prematuro e un processo che da bega di quartiere diviene affare di stato. E il film diventa a tutti gli effetti un court drama.

Il problema di fondo di The Insult è principalmente di regia: educato al cinema in America, cresciuto sui set dei primi film di Tarantino, Ziad Doueiri confeziona il film disinnescando il potenziale politico della scrittura, e ne cava un prodotto spesso troppo enfatico, e al tempo stesso meno appassionante di un buon episodio di The Good Wife: perché non bastano certo i movimenti continui della camera, o le agnizioni di metà film (l’avvocatessa che difende Yasser è figlia del principe del foro che rappresenta Toni, carramba!), o flashback centellinati a bocconi, infiammati da effettacci fotografici, o lo score sempre troppo roboante; e non aiuta la caratterizzazione degli altri personaggi femminili, le mogli soprattutto, abbozzate appena, a dare la profondità corale e la complessità psicologica e, ovviamente storica, che un’altra economia di mezzi avrebbe potuto cavare da uno spunto del genere.