Concorso

99 Homes

Dennis Nash (Andrew Garfield) è un operaio edile. Vive a Orlando, in Florida, con la madre e un figlio adolescente. I cantieri chiudono, il lavoro manca e il mutuo sulla casa con le banche diviene un fardello troppo difficile da portare. Ingiunzione e poi sfratto esecutivo: in quell’angolo soleggiato di mondo non si va tanto per il sottile.

A eseguire gli sfratti un cinico agente immobiliare, Mike Carver (Michael Shannon), avido e rampante, che trova ogni volta un modo di guadagnare palate di denaro sulle disgrazie di chi non ha i soldi per pagare le rate. Carver non ha pietà, scarica la colpa sulle banche: lui è solo un esecutore materiale, non si impiccia la coscienza tenendo però libere le mani per arraffare tutto ciò che può. Carver intuisce di poter contare sulla disperazione di Nash e gli propone di lavorare per lui: soldi facili a patto di cancellare ogni dubbio, ogni tentennamento dalla testa.

In 99 Homes Rahmin Bahrani costruisce un racconto etico nell’era della crisi, sviluppando l’archetipo del rapporto tra mentore e allievo in un contesto di capitalismo avanzato e amorale. Se però nei dorati anni ottanta la partita si giocava nelle rumorose agenzie di broker che accumulavano tonnellate di denaro attraverso una speculazione finanziaria senza regole – come nel Wolf of Wall Street di Scorsese – il campo di battaglia si è oggi spostato nelle periferie operaie e piccolo-borghesi con una nuova povertà dilaniata dai ricatti delle banche e dallo sciacallaggio di intermediari senza scrupoli.

Bahrani racconta la caduta incolpevole, l’ascesa amorale e infine la redenzione di un blue-collar disposto a tutto (o quasi) per proteggere la propria famiglia. Il film, scritto con Amir Naderi, vuole descrivere la capacità spaventosa del capitale di trasformare le vittime in carnefici, la cancellazione di ogni solidarietà umana e sociale in nome di una sopravvivenza sotto ricatto.

99 Homes, pur senza scivolate manichee, mostra una necessità didascalica che a tratti ingolfa la narrazione, cadenzata da troppe ripetizioni (gli sfratti girati sempre con stile naturalistico e accompagnamento musicale dal sapore enfatico). Bahrani si schiera apertamente con il suo protagonista, lo segue nei suoi dilemmi e nei suoi sforzi, vede crescere in lui il fascino luciferino per il denaro, lo salva con una risurrezione etica ampiamente prevedibile.

Ma se la messa in scena rivela un certo schematismo e qualche incertezza, resta affascinate la rappresentazione dello scontro tra due mondi, simboli di due Americhe contrapposte: quello della proprietà – dei lavoratori senza lavoro, che hanno in mente la propria rivalsa attraverso il riscatto di una casa, di un semplice possesso – e quello del capitale, in cui invece i beni materiali sono pedine in movimento adatte solo a produrre denaro. Una dicotomia ben presente nel cinema classico e che assume un nuovo drammatico significato nelle difficoltà dell’America contemporanea.