Orizzonti

Ich Seh Ich Seh

L'invisibile è l'altro, l'altrove che il cinema prova da sempre a rappresentare. Come tensione spirituale da inseguire, come dialogo con il silenzio della realtà, come fonte di paura e insicurezza. L'invisibile al cinema è un controsenso, e per questa una fonte inesauribile di creazione. Se poi quell'invisibile diventa visibile, concreto, indistinguibile dal resto, il cortocircuito genera sfasamenti, e se possibile anche la paura e l'insicurezza di un genere come l'horror.

Perché è al cinema di genere che si rifà Ich Seh Ich Seh, cioè "io vedo, io vedo", un horror d'autore, o un film d'autore pieno di suggestioni da film dell'orrore - il doppio, la malattia mentale, la follia, la tortura - che ha finito per stupire a livello puramente emotivo tutta quanta la Mostra, forse al di là della sua effettiva efficacia.

Un oggetto fuori posto, Ich Seh Ich Seh: ma fortunatamente fuori posto; incapace forse di seguire la deriva del genere come avrebbe potuto, o troppo preoccupato di mantenere un livello di artisticità in quota Orizzonti (è prodotto da Ulrich Seidl e diretto da sua moglie Veronica Franza e da Severin Fiala), ma proprio per questo, cioè per un continuo senso di incertezza e tensione generato dal rapporto malato tra madre e bambino al centro del racconto, con un fratello gemello che c'è e non c'è, una plastica facciale che riporta in vita e al tempo stesso uccide la vecchia identità, il ricordo di un incidente mortale e di un trauma psichico, una grande casa in riva a un lago, un cimitero di ossa e il fantasma della follia, proprio per questo, tra accumulo di segnali e depistaggi, capace di aprirsi a infinite suggestioni.

Da storia sulla malattia di un narcisista ossessionato dalla proiezione di sé negli altri, per dire, a riflessione sulla finzione dei rapporti personali, con la faccia fasulla dell'affetto sfigurata, strappata, bruciata dalla verità dell'odio; o ancora a raffigurazione dell'eccesso di sentimenti, attese e rassicurazioni che regola il rapporto fra madre e figlio assegnando uguali responsabilità a entrambi le parti.

Il fatto stesso che il film giochi anche con stereotipi visivi e narrativi, che usi il salto dei punti di vista e dell'identificazione, la location della casa aperta ma in realtà reclusa e la solitudine dell'uomo nella natura come situazioni cinematografiche dalle quali far scaturire emozioni e interpretazioni (di Ich seh, Ich seh si discute un sacco alla Mostra: delle sue svolte, dei suoi misteri e punti deboli...), fa parte dello stesso processo di analisi e decostruzione di un mondo evidente, chiaro, eppure incomprensibile.

E tutto questo perché basta mettere in dubbio la presenza di ciò che si vede, basta mostrare l'immateriale materialità di immagine, la gratuità del cinema e della messinscena, la sostanziale presa in giro dell'occhio, insomma, per lasciare chi guarda in uno stato di crisi, di insicurezza, anche solo di ammirazione, se si capisce il gioco fin da subito, ma sostanzialmente di piacere.