Intervista a Tsukamoto

Shin’ya Tsukamoto ha presentato a Venezia il suo ultimo lavoro, Fires on the Plain, ispirato a un romanzo di Shohei Ooka già portato sul grande schermo da Kon Ichikawa. Ne abbiamo parlato qui e abbiamo intervistato il regista per capire qualcosa in più della sua ultima fatica.

Come mai un film tratto da un romanzo?

Avevo letto il romanzo quando ero uno studente e mi aveva interessato particolarmente. Quando ho iniziato a fare il regista, ho subito pensato di farlo diventare un film, ma in quel momento non era possibile. Oggi, in questa fase della mia carriera, ho sentito che era il momento di riprendere in mano il progetto.

Quale relazione c’è tra Fires on the Plain e il suo precedente film, Kotoko?

La guerra. Kotoko era un film sulla guerra perché questo era il soggetto di molte sequenze, tra cui quella della donna che guarda immagini di guerra alla televisione e protegge suo figlio, o quella della donna che pensa che un soldato stia arrivando per uccidere il bambino. Insomma c’è una forte continuità.

Si è ispirato a film di guerra giapponesi?

In realtà non troppo, amo molte pellicole di guerra nipponiche, ma spesso mancano di quel realismo per me necessario per rappresentare la brutalità dei combattimenti.

Che rapporto c'è con il film di Kon Ichikawa? Quali sono le differenze sostanziali tra il nuovo Fires on the Plain rispetto a quello del 1959?

Amo molto il film di Kon Ichikawa e tutto il suo cinema. Quando l’ho visto per la prima volta ero uno studente delle superiori e sono rimasto davvero colpito. Tra il suo lavoro e il mio c’è però una differenza sostanziale: lui si è concentrato, in particolare, sul mettere in scena il lato oscuro dei personaggi mentre io ho voluto approfondire soprattutto il rapporto tra gli esseri umani e l’ambiente circostante, ovvero il paesaggio selvaggio dell’isola filippina in cui è ambientato.

Mi sembra, in effetti, evidente che negli ultimi suoi lavori ci sia un contrasto sempre più forte tra la natura primordiale e la città (penso a Vital o a Nightmare Detective 2, ad esempio). In qualche modo Fires on the Plain prosegue su questa linea, ma se ne distacca allo stesso tempo.

Ultimamente ho cercato d’indagare i rapporti tra uomo e natura con maggiore spessore. In questo caso si parla di un uomo completamente immerso nell’ambiente e dal quale non riesce a scappare. La metropoli, Tokyo in particolare, ha sempre avuto una valenza significativa per me. Nel film il cemento è sostituito dalla natura e al centro c’è un uomo che sta cercando di sopravvivere. Dato che il nemico non si vede mai, è la natura stessa l’entità contro cui l’uomo si ritrova a combattere.

La crudeltà della guerra è un nuovo modo per indagare il lato oscuro della natura umana, tema tipico del suo cinema?

Naturalmente durante la guerra la cosa più orribile è la violenza stessa. A volte nei film giapponesi l’eroe è dipinto come una figura poco realistica e i toni si spostano spesso su quelli del melò. Indagare il lato oscuro della natura umana è sempre stata una delle basi del mio cinema, ma in questo caso ci sono ragioni differenti rispetto a quelle dei film precedenti: è la guerra a rendere le persone brutali e violente.

Tra gli argomenti di discussione intorno al suo film, c’è naturalmente il tema del cannibalismo. Cosa può dirci di più su questo argomento?

Gli esseri umani sono animali e come tutti gli animali pur di sopravvivere mangiano qualsiasi cosa, anche se stessi. Naturalmente se non hanno nemmeno più la forza di cacciare possono suicidarsi, ma se appena qualche forza rimane loro, sono pronti a fare qualsiasi cosa.

Uno degli elementi maggiormente analizzati nel suo cinema è quello del “corpo attoriale”: attraversato da fili metallici all’inizio della sua carriera e ora parte integrante della natura. Come si spiega questo cambiamento?

Quando ero giovane ero un ragazzo iperattivo e scatenato, desideroso di fare tante cose; oggi, che divento sempre più vecchio, vorrei sentire la natura intorno a me, la terra, l’ambiente e circondarmi di esso. Non però come un soldato in guerra, ma come una persona che “riceve” la natura in modo molto semplice e gratificante.