Olive Kitteridge non può morire, deve restare lì, sulla scena, nel paesino del Maine in riva all'Oceano dove Elizabeth Strout l'ha messa e l'ha condannata a vivere. Tutto il resto, invece, Olive lo lascia andare: il marito ammalato e incurabile, il figlio fuggito a New York, gli allievi a cui ha insegnato matematica per anni; lei però no, lei non se ne va, non riesce nemmeno a uccidersi (curiosamente come un altro personaggio della Mostra, il Paul “che parla troppo e non si suicida abbastanza” di Houellebecq in Near Death Experience).

Nel romanzo della Strout Olive è una delle tante figure che popolano un mosaico minimalista e insieme universale: ma tocca a lei essere la testimone delle vite altrui, la passeggera che non scende mai dal treno, che a volte nemmeno compare nelle infinite storie della raccolta, ma in qualche modo, con una parola o un ricordo, le guida e illumina. Olive è quella che rimarrà quando tutti se ne saranno andati, quella che nella vita ci sta a fatica, ma ci sta.

Nella miniserie della HBO passata a Venezia, invece, Olive è la protagonista assoluta di un racconto giustamente sfrondato di molti episodi e adattato al format televisivo (quattro puntate da 50 minuti l'una). Più che un angelo osservatore, è una condannata, una prigioniera involontaria del proprio caratteraccio. Con la sola differenza che la straordinaria Frances McDormand non è alta e robusta come la Olive letteraria, la Olive televisiva è sempre lei: scorbutica, rigida, severa, cinica. Ma anche giusta, affettuosa, audace, a suo modo capace di amare un uomo, suo marito Henry, completamente diverso – gentile, premuroso, ingenuo, e con la meravigliosa faccia di un gigantesco Richard Jenkins – e al tempo stesso di immaginarsi altre mille vite possibili, altri amori, altre fughe, altre possibilità.

Olive Kitteridge è una donna stanca ma non arresa; un’eroina invisibile, comune e un po' ottusa, resa però monumentale da una umanità così vera e rozza – Olive rutta, mena, risponde, insulta – da abbracciare il mondo intero e dargli sollievo. In qualche modo è una redentrice, una che salva gli altri (dalla solitudine, dal suicidio, dall'autocompiacimento) e alla fine si chiede chi abbia mai pensato a salvare lei. O magari se la vita e le sue fatiche siano mai servite a qualcosa. “La gente ce la fa. È vero”, pensa a un certo punto nel romanzo. Ma subito dopo la Strout aggiunge: “Però Olive fa un respiro profondo ed è costretta a spostare il peso sopra la sedia di legno, perché non è del tutto vero”.

Tutto questo sottile e dolce cinismo Lisa Cholodenko e la sceneggiatrice Jane Anderson lo esprimono con lo stile equilibrato al limite della perfezione che ormai ci si aspetta da un prodotto della HBO come questo: regia controllata e oggettiva, perfetta per le scene di dialogo, un po’ meno forse per quelle più movimentate; scrittura leggerissima, che modella la sensibilità della Strout su un’ironia e una cattiveria a tratti esilaranti, a tratti sofferte; colori, emozioni trattenute e atmosfere che sembrano venute fuori da Minnelli; un’infilata di interpretazioni e apparizioni che si commentano da sole, Bill Murray meraviglioso anziano stanco e sincero, Peter Mullan cupo e seducente, Zoe Kazan oca giuliva dalle orride pettinature anni '80, John Gallagher belloccio, irrequieto e insoddisfatto come in The Newsroom

Roba di prima classe, insomma; roba di fronte alla quale si rimane come al solito stupefatti per il livello di profondità psicologica e semplicità, di professionalità e facilità creativa. Roba, ancora - ed è la cosa più Olive Kitteridge riesce a fare - che conferma come il cinema americano sappia ancora raccontare senza voce off e ralenti, senza musica indie e sospiri, senza effettacci o malinconia morbosa, tutti quei gesti, quei sentimenti, quelle emozioni, quelle parole e quei silenzi che costituiscono da sempre l'inesauribile materia da romanzo di cui è fatta la vita.