Giornate degli Autori

"One on One" di Kim Ki-duk

La nuova tendenza del cinema di Kim Ki-duk, la cui recente produzione si è intersecata senza soluzione di continuità con le edizioni della Mostra del Cinema – One on One è infatti il terzo film consecutivo a sbarcare al Lido dopo Pietà, leone d’oro nel 2012, e Moebius presentato Fuori concorso nel 2013 – sembra andare nella direzione di un’idea produttiva completamente nuova rispetto al passato. Come la precedente, quest’ultima opera è infatti il frutto di un lavoro personalissimo tutto incentrato intorno alla figura dell’autore coreano, che oltre ad esserne il regista è anche sceneggiatore, montatore, direttore della fotografia e produttore.

Una scelta, questa di assumere su di sé l’ontogenesi totale del film, che potrebbe apparire fuorviante o far pensare che l’intenzione principale di Kim Ki-duk sia quella di perseguire finalità legate alla produzione low budget o alla vlontà di lavorare in completa solitudine. Nei fatti però sembra che tutta l’operazione si delinei come una scelta che investe questioni di natura estetica, capaci di veicolare un’idea di cinema completamente nuova rispetto al passato. Attraverso un approccio più endemico e scarno verso il reale infatti, il regista pare aver svuotato di qualsivoglia deriva lirista lo sguardo attraverso il quale fissa la propria attenzione sul mondo.

La storia – ricca di temi cari al regista quali la colpa, la vendetta, l’espiazione e il martirio – si innesta sulla rappresentazione cupa e violenta del Potere. In una Corea del Sud distopica e in miseria, governanti e sottoposti perpetrano una violenza spietata e feroce combattendosi fra loro, ma finendo, tuttavia, per confondersi gli uni con gli altri.

E il regista, capace ancora una volta di evitare ogni giudizio morale – pur senza rinunciare a una lettura che fonde, come molte altre volte, la cultura buddista e quella cattolica – sposta l’azione sul piano della violenza. Sia quella mostrata esplicitamente, della quale non risparmia neppure i dettagli più crudi, sia quella sotto forma di metafora, della quale, dice il regista, il genere umano non sembra in grado di fare a meno.