Orizzonti

"The President" di Makhmalbaf

L'orrore che ogni dittatura porta con sé, la spirale di violenza e sopraffazione che rischia di ingenerare anche in coloro che la subiscono, le speranze di democrazia che le rivoluzioni fingono troppo spesso di promettere: sono questi i temi al centro di The President di Mohsen Makhmalbaf, film che ha aperto Orizzonti.

La storia è ambientata in un paese caucasico di fantasia ("sconosciuto" più che immaginario, ci dice la didascalia sui titoli di testa, ma i paesaggi sono verosimilmente quelli georgiani...) dove un dittatore dagli occhi di ghiaccio (Misha Gomiashvili) gode di poteri illimitati. Al nipote di cinque anni, che un giorno prenderà il suo posto, mostra che comandare è quasi un gioco, si può persino ordinare di spegnere le luci che illuminano un'intera città. Per poi farle riaccendere. Basta una telefonata ai propri fedeli servitori.

Ma un giorno, il buio che cala improvvisamente nelle vie e nelle piazze, è rischiarato da lampi di fuoco e da esplosioni. Il popolo si è ribellato e ha imbracciato le armi. È​scoppiata la rivoluzione. La famiglia reale fugge subito in aereo, a terra rimangono soltanto il nonno (sicuro che l'ordine verrà presto ristabilito) e il nipote di cinque anni. Il dittatore e il bambino. Abbandonati dalla scorta, braccati dai guerriglieri, i due sono costretti a intraprendere una disperata fuga per terre aride e spazzate dal vento, attraverso un paese governato con metodi polizieschi e sanguinari, dunque mai davvero conosciuto.

Il ritratto del presidente in posa fiera e ducesca, come ogni dittatura che si rispetti, campeggia alle pareti di ogni gelida baracca, compresa quella di un barbiere allampanato e senza un quattrino a cui vengono rubati i vestiti e una parrucca per travestirsi. Perduto il potere, sull'ex dittatore pende infatti una taglia. Meglio sembrare un cittadino "normale". Anzi, insieme al nipote, incapace di capire ciò che sta davvero accadendo (lui vorrebbe solo tornare a giocare con l'amichetta Maria), si metterà in viaggio fingendosi musicista di strada, conoscerà altra gente dei villaggi, scoprirà le condizioni di miseria e desolazione in cui ha ridotto il "suo" popolo ma soprattutto l'odio che è riuscito a seminare ovunque, come un veleno insidioso che ammorba l'aria.

Che fare del dittatore un tempo temuto? Vendicarsi? E poi? «Nel corso del film il bambino pone al dittatore decaduto molte domande» ha detto in conferenza stampa l'autore di Pane e fiore e Viaggio a Kandahar, che da anni vive in esilio a Londra, «come a volerne rappresentare una sorta di coscienza perduta. Cosa succederebbe se i dittatori della terra dovessero rispondere alle domande dei propri nipoti? Che risposte darebbero? Mi piacerebbe invitarli a visionare questo film con i propri nipoti.»

Il giovanissimo Dachi Orvelashvili (la sua interpretazione è la vera forza del film), tutto lacrime e sgomento, simboleggia infatti l’innocenza violata ma anche l'unico spiraglio di fiducia nel futuro. Ci piace pensare che Makhmalbaf abbia voluto disseminare il suo film, più o meno consciamente, di citazioni dal sapore rosselliniano: nella tragica sequenza della donna che tenta di impedire l'arresto del marito e viene freddata senza pietà (come in Roma città aperta), in quella del cadavere di un soldato che transita lungo un fiume (come in Paisà).

Desolante e freddo road movie fatto di silenzi gravi (quelli del dittatore in fuga) e di sguardi impauriti (quelli del nipote), a tratti film di azione e di guerra, The President rimane comunque una favola cupa e nera (come le vere favole devono essere), che denuncia in maniera efficace l'ottusa inutilità di ogni potere autoritario, ma anche il lungo e complicato cammino che ogni ribellione popolare e "spontanea" deve percorrere per dirsi davvero matura e consapevole.