Riflessioni fotografiche post-Mostra

Dio è nei dettagli

Ora che la Mostra è finita, viva la Mostra. E viva il suo colore e il suo calore, la sua tensione e le sue code (poche, che abbiamo fatto), viva i suoi film (tanti, che abbiamo visto) e la massa incredibile, multiforme, varia, di appassionati, folli, monomaniaci cinephiles che ogni anno riesce invariabilmente a coinvolgere.

Chi d’altronde sano di mente si vedrebbe cinque o sei film al giorno per dodici giorni?

Spettatori lunatici forse, ma non per questo meno seri nell’impegno profuso: ciascuno col suo programma, come una specie di melodia scritta su un ideale pentagramma. Un po’ come quello che si vede nella prima immagine, e che mi è capitato di fotografare (in realtà cavi elettrici esposti in barba a qualsiasi regolamento), sul retro del Casinò.

Perché la Mostra è fatta di questo.

Alti e bassi. Film rigidi, metallici, lisci e svettanti come questo traliccio che mi sorveglia ogni mattina al mio ingresso in Palabiennale (e quest'anno ben rappresentati ad esempio da un titolo come Equals di Drake Doremus, in cui i protagonisti, apparentemente insopportabilmente monocordi, sono in realtà rappresentazione di una goffaggine che rende bene l'idea di un amore adolescenziale, in una società che non permette all'essere umano di far crescere, di maturare meglio questo sentimento) e film più frastagliati (v. la conifera di destra nella foto, un cipresso?), come 11 Minutes, di Jerzy Skolimowski, un'opera in cui ogni ramo, ogni foglia, ogni minimo dettaglio deve trovare giustificazione nel quadro/albero del progetto complessivo.

Una Mostra a volte “fuori fuoco”, (v. il pattern della terza immagine) come nel caso di molto cinema italiano, sia di esordienti che di talenti affermati, altre volte decisamente più nitida e incisa, come per i tanti film sudamericani presentati quest’anno nelle varie sezioni, veri e propri “punti luminosi” in uno spazio buio, freddo e, perché no, a volte addirittura ostile.

E a proposito di luci e ombre ecco alcune “riflessioni fotografiche” sul tema, visto che può trattarsi di luce fredda come nel caso del neon, che mi ha ricordato proprio l’atmosfera di Equals,

o dei tubi più caldi del lampadario in sala stampa, come nella fotografia di El Clan, di un “tepore molto familiare”,

o ancora nella luce che viene da finestre sempre illuminate, come la speranza che annega nell’odio di Beasts Of No Nation,

oppure ancora nella contraddittoria immagine delle foglie di vetro ricreate ad arte per contenere un’incontenibile e artificialissima luce a “basso (e brutto) consumo” che fanno pensare a uno dei migliori film italiani in mostra, quel Bagnoli Jungle che ha riscosso anche qui al Lido un bel successo.

Ma poichè poco sarebbe l’immagine senza il contesto, ecco un’hopperiana istantanea della passerella ormai raffreddata dal passo del divo,


che si corrobora dell’intervista TV così professionale eppure così isolata dall’apparire surreale e che si svolge inascoltata proprio lì a fianco.

Ma come chiudere senza citare l’arcifamoso simbolo o qualche altra vestigia, di lettere piuttosto che di logo, di questa 72ª Mostra?

Ecco allora una testa di leone,

un tratto di criniera,

l’ombra ammonitrice del felino

e la “matericità” di un logo (solitamente altrettanto temuto) e impresso su di un’altresì simbolica transenna.

Vedere, frequentare, vivere il cinema al cinema qui a Venezia è ancora un’esperienza. Ogni anno difficile da iniziare. Ogni anno alla fine ancora più difficile da abbandonare.

L’immagine in movimento (anche QUESTA immagine in movimento)

che riconquista il suo ruolo straniante, la sua funzione di spaesamento nei confronti dello spettatore.

E in un mondo fintamente dominato dalle immagini, ma in cui DI FATTO le immagini sono lì, come mille ammiccanti puttane a pietire uno sguardo, il nostro sguardo, questa ristabilita gerarchia, vista/osservatore, questa ritrovata sudditanza tra chi guarda e chi si lascia guardare, ha un non so ché di pacificatorio, come tonificante balsamo per le nostre troppo ulcerate occhio-coscienze.