Orizzonti

Colombi di Luca Ferri

Vedendo Colombi di Luca Ferri mi sono ritrovato a pensare ad alcune pagine di “Credo in un solo oblio”, precisamente a quelle che Rezza dedica a Maria, figlia tanto amata da spingere il padre a tenerne nascosta l’esistenza, per evitare che, guardandola, le pupille corrotte degli uomini ne sgualcissero la bellezza: «Le tolsi il contatto con il mondo ma le aprii le porte del mio cuore. Un solo cuore a battere per lei […] la rinchiusi nel pensiero per non vederla più […] la nascosi tra le pieghe immacolate della mente per dedicare a lei solo l’idea».

L’amore come slancio inflessibile, imperativo categorico inattaccabile e irricattabile: è in questi termini che va declinato il sentimento che unisce la coppia d’innamorati attorno a cui Ferri ha costruito il suo ultimo lavoro: «Colombi è una riflessione sul secolo appena trascorso e sulla precisa volontà di due persone di non adattarsi ai cambiamenti che la società impone. Raccontando un sentimento puro come l’amore, il film ci introduce in un universo intimo fatto di piccoli gesti e scelte radicali, in cui l’isolamento resta l’unica possibilità di sopravvivenza».

Un uomo e una donna cresciuti postumi, incapaci di entrare in sintonia con il tempo, e che, proprio perché coscienti di come le cose vadano male e a peggiorare (le forme di ciò che appare – il design industriale; l’architettura; il cinematografo – ai loro occhi si involgariscono in anonime deformità) preferiscono vivere sempre più ai margini del cosiddetto contemporaneo, «oscurando e sigillando – come riporta la sinossi – le persiane della loro abitazione e rinchiudendosi in loro stessi, sfogliando vecchie enciclopedie di animali estinti». Il loro piano di sopravvivenza personale si può quindi sintetizzare con le parole di un aforisma di Nicolás Gómez Dávila: «Costruire rifugi contro l'inclemenza dei tempi».

L’intransigenza dei giudizi e la radicalità dei presupposti si traducono in un impianto formale di rigore nichilista: del resto, si sa, senza etica non c’è estetica, perché occorre un’etica marziale per non cedere alla tentazione delle facilonerie consolatorie, mix mefitico di falsità e buonismo da voltastomaco. Ben lontano dalle dinamiche (e dalle lungaggini) narrative, Colombi è un’implacabile lista (forma non indifferente alla sensibilità del regista, come dimostrano le pagine del Catalogo ragionato di Luca Ferri o altri lavori dell’autore come Magog [o epifania del barbagianni], capace di restituire al pensiero la sua immediatezza) che (facendoci sentire la vertigine dell’illimitato) fissa le tappe di un’inarrestabile storia della bruttezza. La soluzione propostaci per non partecipare all’inesorabile declino è prendersi la possibilità di non guardarlo.