Concorso Venezia 73

Piuma di Roan Johnson

A prendere sul serio Piuma si potrebbe scrivere che nella storia innocua di adolescenti incinti e genitori scioccati, di precarietà esistenziale e smarrimenti generazionali, ci siano i tempi che stiamo vivendo, quel continuo galleggiare sulle cose senza mai andare a fondo o emergere veramente, che per di più il film stesso mette in evidenza in senso letterale.

A prenderlo sul ridere, invece, si potrebbe persino ammettere che in Piuma certi momenti divertenti ci siano, se non altro per la capacità, a volte, di esagerare al momento giusto, di suscitare la reazione dello spettatore e poi colpire una seconda volta. In certi momenti si può quasi credere che dietro il film ci sia un lavoro di scrittura che avrebbe potuto portare a una commedia vera, a una riflessione in punta di penna - sociale, caustica, anche grottesca - sul mondo in cui viviamo.

A prendere però Piuma per come stanno le cose, purtroppo, non si può non ammettere che sia un film inconsistente; che se oggi, per fortuna, la commedia è entrata nei concorsi dei grandi festival, questo lo si deve a Toni Erdmann o, dopo questa edizione di Venezia, lo si dovrà a un film come all’argentino El ciudadano ilustre, che nella sua perfezione di scrittura mette spietatamente a nudo la totale inadattabilità di Piuma al contesto in cui è venuto a trovarsi.

È probabile che se Piuma fosse stato presentato fuori concorso o in un’altra sezione della Mostra, probabilmente sarebbe stato meno frainteso, meno criticato, apprezzato in virtù della sua natura effimera o notato per le sue qualità di outsider. Ma il peso e la responsabilità del concorso, volenti o nolenti, richiedono proprio quello che Piuma non possiede, la capacità di reggere il primo piano, la possibilità di giocarsela da protagonisti. Non differire dal gioco, ma reggerne le regole.

E Piuma, pur nelle evidenti buone intenzioni degli autori, non regge il gioco, non sa mai reggerlo. Volendo potrebbe avvicinarsi all’universo di Virzì, a Ovosodo o a Tutti i santi giorni, ma di quei film non possiede né la grazia stralunata né il piacere per il cazzeggio. Piuttosto, nel film di Roan Johnson il cazzeggio è puro e semplice struscio di battute, di inflessioni romanesche, di mossette e frasi a effetto in chiusura di sequenza, con i tempi e i ritmi di un pilot.

Purtroppo per Piuma, però, qui si parla di cinema. E Piuma è un film che si limita a veleggiare sulla città in cui è ambientato (Roma), sull’età che racconta (l’adolescenza), sull’evento su cui riflette con candore (la gravidanza come innesco dei problemi sociali, economici, esistenziali che colpiscono oggi la famiglia italiana, gli uomini e le donne, le ragazze e i ragazzi, che ne fanno parte).

La sequenza della nuotata sulla città dei due protagonisti Cate e Ferro (lei seria e smarrita, lui cazzone e di buon cuore, entrambi alla fine del liceo e inconsapevoli di quello che succederà dopo la nascita della loro bambina) è emblematica in modo inconsapevole del senso complessivo del film. L'evidente e voluto significato della scena, che evoca la leggerezza dei personaggi e la loro sospensione sulla trasparenza della realtà, nasconde un senso più grande e letale, e cioè la volontà degli autori di non andare mai a fondo dei temi scelti, l’illusione che la commedia galleggi sulle cose, che sia esentata dalla complessità del reale in virtù della propria presunta leggerezza; o ancora, che la semplicità nasca di per sé da un pensiero che non è nemmeno più debole, ma semplicemente fiacco, alla peggio carino.

Qualche giorno fa, sempre qui a Venezia, è stato presentato un bellissimo documentario di Claire Simon, Les concours, racconto degli esami d'ammissione alla scuola di cinema parigina Femis. Fra i vari momenti colti dalla regista francese, tra prove scritte, esami orali, presentazioni dei candidati e discussioni fra gli esaminatori, a un certo punto si assiste al colloquio finale di uno studente italiano. Il ragazzo, sicuro di sé, dotato di un francese preciso e un po’ macchinoso, si presenta alla commissione citando Baricco e la sua tesi (contenuta in I barbari) sul “surfing” in quanto unico gesto di conoscenza per le nuove generazioni, il veleggiare sulla realtà per raccogliere le traiettorie sparse delle idee, dei fatti o delle persone. Guardando la scena, era inevitabile pensare a come una commissione italiana – che conoscerebbe Baricco e il suo pensiero furbetto più e meglio di un’ignara commissione francese – prenderebbe le parole di quello studente. Eppure, a differenza di molti altri, il ragazzo italiano che si descrive come un surfista della conoscenza, che cita Baricco come Nietzsche e seduce la commissione, ce la fa, entra nella Femis… 

Difficile, insomma, dire se anche Piuma – che non ha l’ardire di citare alcunché ma la convinzione di essere un racconto fragile della giovinezza – ce la farà a sfangarla e a farsi passare per quello che non è. Non è una questione di cascarci o meno, di farsi sedurre o infinocchiare: la vacuità del film è evidente fin dalla seconda scena, dall’attacco della musichetta da passeggio, dal primo momento in cui la Cescon rifà la Mondaini, dal primo “amò” del giovane, incolpevole Luigi Fedele (ma la sua fidanzata, Blu Yoshimi, è più brava, più vera, più gentile)…

Qui, con tutta l’onestà e l’apertura di sguardo possibile, si tratta semplicemente di guardare, ascoltare, provare a cercare qualcosa, e non trovare nulla.