Pre-apertura

Tutti a casa di Luigi Comencini

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Per il terzo anno consecutivo la Mostra di Venezia si è aperta, in pre-inaugurazione, con un film restaurato. Quest’anno, in occasione del centenario dalla nascita, è stato reso omaggio a Luigi Comencini ed è stata proiettata la copia restaurata di Tutti a casa (1960).

La vicenda del film ruota intorno all’armistizio dell’8 settembre 1943 tra Italia e Stati Uniti, con il nord ancora in mano ai tedeschi e il sud progressivamente liberato dagli alleati. Tutta la storia viene restituita dagli occhi del tenente Innocenzi, interpretato da Alberto Sordi, il quale decide di darsela a gambe levate verso casa accompagnato da qualche soldato, tra cui il folcloristico napoletano Ceccarelli.

Sono i giorni del caos e dello smarrimento nazionale; l’esercito italiano nel nord è in stato confusionale;  nessuno capisce cosa stia succedendo o cosa stia vivendo, e la celebre battuta di Sordi «i tedeschi si sono alleati con gli americani!» restituisce perfettamente la condizione collettiva di un Paese e a posteriori riassume qualsiasi saggio storico-critico su quel periodo. Sono, però, anche i giorni in cui gli italiani iniziano la lunga presa di coscienza che porterà alla resistenza e della nascita di un legame fra smarrimento e lotta che Comencini porta quasi inconsciamente alla luce a più di un decennio dalla fine della guerra.

Tutti a casa, infatti, potrebbe essere letto come una sorta di viaggio in Italia a ritroso rispetto a Paisà di Rossellini: non più da sud a nord, ma da nord a sud. Proprio Comencini, dunque, che da piccolo era stato costretto a emigrare in Francia, rende omaggio al suo Paese, ammettendo – come avrebbe poi fatto esplicitamente nelle proprie memorie – che sono gli stessi luoghi del viaggio a ritroso di Sordi e compagni a chiedere di essere inclusi nel racconto… E se al regista non fu mai perdonato di aver virato verso la commedia rosa dopo gli esordi neorealisti, Tutti a casa è il suo film che più di ogni altro si situa fra i due movimenti, mettendo a confronto una mangiata di polenta e salsiccia con il tipico tema neorealista dell’infanzia, incarnato da una bambina vestita di bianco che raccoglie sulle rotaie gli indirizzi lanciati dagli italiani deportati. In fondo, è proprio per questa commistioni di generi che Comencini avrebbe poi definito il film un «disegno pieno e completo». Un disegno, aggiungiamo, reso oggi ancora più completo dall’inserimento nella versione restaurata dei sei minuti tagliati all’uscita contro la volontà del regista, che oggi risultano come una sorta di atto di resistenza nei confronti della storia.

È strano ricordare come Tutti a casa sia stato proiettato solo qualche anno fa al Festival di Mosca, tra le lamentele dell’ambasciatore italiano che lo aveva definito un film lesivo nei confronti dell’immagine delle nostre truppe. Forse già prevedendo questa critica, nel finale la liricità baldanzosa del film viene in parte spezzata dal destino del personaggio di Sordi, che, insolitamente patriottico e coraggioso, decide di soccorrere il collega Ceccarelli e subito dopo sparare ai tedeschi… Ma per Comencini il politico era legato alla sfera didattico-pedagogica e il finale non poteva esimersi dal suggellare quest’unione tanto retorica quanto necessaria.

E se Nanni Moretti in Ecce bombo inveiva idealmente contro un intero Paese urlando «Non siamo in un film di Alberto Sordi!», il finale di Tutti a casa non può che confermare in qualche modo questa affermazione, gettando bruscamente l’Italia oltre la proiezione stereotipata di se stesso.