Concorso

The Third Murder di Kore-eda Hirokazu

The Third Murder mette in scena un omicidio, un’indagine, un processo. È un legal thriller, e del genere possiede l’andamento, gli interrogatori, i punti morti, i colpi di scena. Inatteso, forse, da parte di Kore-eda, ma inevitabile. La consueta costruzione da parte del regista di una realtà in cui i fatti (la morte di un figlio, il fallimento di un matrimonio, lo scambio fra due neonati, un omicidio) sfuggono a un’interpretazione condivisa, offrendo a ciascun personaggio una propria versione e una parte di verità, trova nel lavoro di un avvocato difensore una perfetta rappresentazione e un’azione che evidenzia a livello narrativo, e non solo a livello simbolico, la complessità di mondi solo in apparenza quotidiani e minimali.

Un avvocato difensore non cerca la verità. Riadatta i fatti che ha a disposizione per creare un modello alternativo di realtà. Non è un detective, che procedendo a ritroso impone un ordine e una struttura. Un avvocato difensore è chiamato a ricalcolare quello stesso ordine, a spostarne i frammenti. Serve la giustizia, ma porta i propri clienti a sfuggire alla responsabilità delle loro possibili colpe.

L’avvocato protagonista di The Third Murder, chiamato a difendere un uomo autoaccusatosi di un omicidio (omicidio che gli si vede compiere nella prima scena…), incarna perfettamente il proprio ruolo: di fronte all’evidenza della colpa, prova, non a negarne l’evidenza, ma a rinegoziarne le condizioni, a riscriverne il contenuto. Il suo cliente, un sessantenne che ha ucciso il datore di lavoro, ammette la propria responsabilità, non si sottrae agli interrogatori. Eppure cambia continuamente versione, sfugge al tentativo di definire e riformulare le sue azioni. Non è tanto una questione di scorgere il discrimine fra verità e invenzione, quanto di cogliere l’esatta prospettiva da cui giudicare i fatti. Ogni personaggio coinvolto – l’avvocato, l'imputato, la figlia e la moglie della vittima, il giudice, il pubblico ministero e gli altri avvocati che aiutano il protagonista – ha un’interpretazione di ciò che è successo, gioca un ruolo nel rendere ambigue le posizioni di accusa e difesa, nell'approfondire e complicare il caso e il suo racconto.

La trama stessa di The Third Murder è percorsa da figure, situazioni, azioni e frasi arricchite del loro doppio: un continuo ritorno dei medesimi elementi che conferisce al film e alla realtà messa in scena un andamento casuale ma concentrico, con i frammenti di un enigma che si ricombinano in maniere sempre inattese. L’omicida ha già commesso anni prima un duplice omicidio molto simile a quello per cui è sotto processo (un caso all’apparenza evidente, dice il poliziotto che lo arrestò); l’avvocato è il figlio del giudice che salvò l’omicida dalla pena di morte e il padre assente di una quindicenne molto simile alla figlia della vittima, che a sua volta zoppica come la figlia dell’omicida… Pedine del destino, eppure figure vive. Come il mondo degli oggetti e delle apparenze, mai bloccato a una sola versione. Una lacrima scende per due volte sul viso di due ragazze, e illumina i loro volti di una luce opposta – carica di finzione nel primo caso, di verità nel secondo. Forse.

La piatta luce digitale scelta da Kore-eda – altrove in grado di dare alle proprie immagini il calore e la profondità degli affetti – uniforma i contorni delle cose, disperde in uno spazio orizzontale il senso di ogni azione, la loro presenza nel racconto. La realtà di The Third Murder è sempre pronta a ridefinire il proprio contenuto, sconfiggendo l’avvocato sul suo stesso terreno. Il legal thriller non sta insieme, porta a una decisione della corte che avrà un effetto immediato e mai un’interpretazione condivisa.

Più che la ricostruzione di un delitto (a partire per giunta da un fatto mostrato all’inizio e poi messo in discussione nonostante l’evidenza…), il film è una rincorsa: dell’avvocato al suo cliente, del cinema all’apparenza del reale. È un gioco di specchi, due volti riflessi e sovrapposti, come dichiara l’immagine più esplicita del film, in cui l'avvocato e il presunt omicida a ogni frase cambiano posizione e spostano in avanti la loro sfida infinita.

L’omicida che si dichiara colpevole, salvo poi ritrattare tutto alla fine del processo, si assume le colpe della collettività; è un angelo del male che opera paradossalmente per il bene. Non giudica, si fa giudicare. È un “contenitore”, dice l’avvocato, o più ancora uno specchio, che si offre agli altri come pagina da scrivere, fatto da comprendere.