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Lavori in corso, a Cineforum carta e web: l'ha certamente capito chi ha letto l'editoriale del direttore Adriano Piccardi sul nuovo numero di Cineforum. E, nel cambiamento della rivista nel suo insieme, vorremmo tener conto anche dei vostri desideri e gusti. Ecco perciò un questionario (anonimo) attraverso il quale noi possiamo conoscere meglio le vostre aspettative e le vostre opinioni, per noi preziose. Grazie.





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Concorso

Acusada di Gonzalo Tobal

Che cosa ha fatto Dolores Dreier due anni e mezzo fa? In fondo è solo una ragazza di ventun anni, acqua e sapone, che vorrebbe studiare moda. Ma ha i fari dell’opinione pubblica puntati addosso e la gente la chiama assassina. È accusata di qualcosa di terribile che, per ora, non è dato sapere.
Gonzalo Tobal costruisce, in Acusada, una trama imbastita su uno dei più efficaci meccanismi di suspense. C’è stato un omicidio, bisogna trovare l’assassino. Anzi no, l’assassino c’è già, è Dolores. L’hanno deciso tv e giornali.

Di film che mettono in scena il delirio mediatico, negli ultimi anni, se ne sono visti fin troppi. E anche in questo caso siamo di fronte a un esempio del genere: giornalisti cannibali e reporter senza scrupoli, morbosamente pronti a fare a brandelli il capro espiatorio di turno. A trasformare i sussurri in verità assodate, i dettagli in prove incriminanti, i sospettati in colpevoli. Attraverso le sedute del processo che si svolge giorno dopo giorno viene ricostruita la vicenda che ha portato Dolores sul banco degli imputati. Ma se davvero è stata o non è stata lei, ormai, non ha più importanza. Quello che conta è l’opinione del pubblico. Assediata da flash e telecamere, Dolores è sola in mezzo all’arena, circondata da leoni e belve feroci, come in uno spettacolo di gladiatori. Ed è il popolo che ha in mano la sua vita. Da colpevole, Dolores diventa vittima. Una storia già vista milioni di volte, dai tempi di panem et circenses.

Eppure, il film di Tobal un merito ce l’ha. Ed è quello di aderire in pieno alla prospettiva della protagonista, mettendosi in sintonia con la sua vita da prigioniera in casa, rinchiusa nei toni freddi di una realtà che diventa tale prima attraverso lo schermo di un televisore e, soltanto dopo, nell’aula di un tribunale. E quindi ecco che la belva feroce, l’animale in gabbia, ora, è lei: Dolores in fin dei conti vorrebbe solo tornare a fare quello che fa ogni ragazza della sua età e che faceva prima di quella sera che le ha sconvolto l’esistenza. Ma non è facile diventare adulti nell’era digitale, dove l’identità personale è definita dai parametri dei motori di ricerca, e dove internet può lasciare ferite più profonde di qualsiasi lama, anche più delle forbici da cucito che, forse, sono l’arma del delitto. Ed è ancora meno facile se sei una ragazza, quando la condanna dello slut shaming è sempre dietro l’angolo

Dolores si porta dentro una colpa di cui nemmeno lei conosce la fonte, sintomo di una società che ha sempre bisogno di perpetuare il rito del peccato originale per trovare qualcuno, finalmente, da lapidare in pubblico. A meno che non decida di scagionare la belva e lasciarla libera di aggirarsi sui tetti di un quartiere residenziale e di entrare nelle nostre case. Ma niente paura, lo spettacolo può continuare, perché ci sarà sempre un'altra preda da dare in pasto agli spettatori.