Concorso

Double vies di Olivier Assayas

Dice Olivier Assayas di aver cominciato a scrivere Double vies prima di Personal Shopper e di non aver saputo per molto tempo quale destinazione dare al suo materiale. Un testo teatrale, forse; più probabilmente semplici scene create per se stesso e dimenticate in un cassetto; o magari un altro film, ma diverso dagli altri, «un film di idee», come poi l’ha definito e costruito, in cui manca quel legame da sempre unico nel suo cinema fra i corpi, lo spazio e la loro messinscena.

In Double vies c’è la parola, che arriva diretta, in media res, fin dalla prima scena: un editore e uno scrittore discutono dell’ultimo libro di quest’ultimo. Prima in ufficio, poi al ristorante, e come il resto dei personaggi del film, anch’essi parte del mondo dell’editoria e della cultura parigina, proseguono conversazioni iniziate da tempo, senza soluzione di continuità, nei luoghi canonici della condivisione sociale delle idee, case, bar, camere d’albergo, convegni, con la vita che precede sempre la finzione (e a volta anche la fantasia), ma che in qualche modo, dentro il nuovo libro di uno scrittore che da sempre ruba all’esperienza i soggetti della sua scrittura o in generale dentro il caos della cultura digitale veicolata dai suoi oggetti tecnologici e dai suoi dispositivi immateriali (un ebook, un blog, un post, un tweet), finisce sempre per esserne in qualche modo alterata, plasmata a ritroso, perdendo i lineamenti del ricordo e guadagnando quelli della bugia.

Di cosa parlano gli ennesimi intellettuali parigini ricchi e fedifraghi (e sì, insopportabili, ma anche incredibilmente umani) di Double vies? Di quello che hanno perso. Libri di carta che non lo sono più, ebook che non hanno conquistato il mercato come si pensava, episodi della vita reale che nel passaggio alla dimensione del romanzo – anzi no, dell’autofiction – travisano il ricordo, quote di mercato svanite in un soffio, amori finiti che continuano altrove, nel mondo delle creazioni che oggi non sono più territorio esclusivo dell’arte ma appartengono alla vita stessa, e al suo continuo racconto in differita di pochi secondi.

Se Assayas ha deciso di girare una commedia sul mondo dell’editoria, fondendo lo spirito ironico di Irma Vep con la struttura corale di Fin août, début septembre (e proseguendo un discorso sulla cultura e la narrazione contemporanee avviato da Sils Maria e Personal Shopper), è per usarne lo sguardo morale, magari perché no anche moralista, raccontando a una distanza più ampia del solito (senza primi piani, con quasi esclusivamente campi totali e piani americani) un mondo che conosce da vicino e del quale, da regista, scrittore, intellettuale, benestante parigino, è parte e osservatore. E ciò che osserva e vive, ciò che sperimenta con la sua arte figlia della tecnologia, è il caos dei discorsi, l’ampiezza del respiro della vita e l’infinitezza della sua ripresa nell’arte, l’unicità dell’esperienza e la ricchezza molteplice della sua ripetizione.

Anche in Double vies, dove un’attrice di serie tv convince il marito editore a pubblicare l’ennesimo romanzo semi-autobiografico di uno scrittore un po’ cialtrone, senza aggiungere che l’uomo è il suo amante ma anche ignorando che il marito ha a sua volta una relazione con l’aiutante specializzata in editoria digitale o che la fidanzata del suo amante è la scaltra assistente di un uomo politico, la rete di personaggi si allarga e sempre nuove trame infittiscono la trama… Diversamente dal solito, però, i frammenti di vita delle figure anche minori non rendono in tutta la sua vividezza la complessità della realtà, ma semplicemente allargano a dismisura le possibilità della finzione, mostrando la superficialità del continuo discorso pubblico di cui il privato di ciascuno di noi è la sostanza.

Se però qualcosa di tutto questo resta, se una morale è ancora possibile, anche e soprattutto grazie alla commedia e alla sua precisione di scrittura e di ton, è proprio nello stile, nella scelta visiva di Assayas, nella rinuncia alla macchina da presa mobile, alle ellissi narrative, alla nervosità dello sguardo, e nell’uso invece di campi e controcampi netti, parola per parola, reazione per reazione, con il montaggio che sfruttando tutte le angolazioni possibili di un dialogo, operando anche per evidenti scavallamenti di campo, va a costruire uno spazio pieno, onnicomprensivo, che definisce l’indefinibile realtà dei protagonisti.

Assayas non ha risposte alla tragedia di una società ridicola, nella quale sa ovviamente di essere come tutti coinvolto. Da regista ha la sola arma del cinema, che da sempre scompone la realtà, la uccide e la rimette in vita, sperando di non tradirne troppo l’impronta.