Concorso

The Mountain di Rick Alverson

Rick Alverson sta compiendo un percorso artistico e creativo molto personale che, giunto ormai al quinto film, si delinea sempre più nitido e programmatico per quanto riguarda le intenzioni; al contrario della forma che, invece, si fa gradualmente e volutamente più astratta e nebulosa.

Dopo aver mosso i primi passi all’insegna del realismo più estremo, privilegiando attori non professionisti e vicende quotidiane che attingevano a problematiche sociali come l’immigrazione (The Builder e New Jerusalem risalgono quasi dieci anni fa), Alverson ha iniziato a cambiare registro con The Comedy (2012), destrutturando la narrazione e introducendo i primi accenni di una riflessione sul rapporto di dipendenza, ai limiti della follia, tra arte e pubblico che diventerà ancora più forte e cruciale in Entertainment (2015), il film che gli ha procurato notorietà. In questo senso The Comedy anticipava il personaggio senza nome del Comico protagonista di Entertainment assolvendo alla stessa funzione di una dissolvenza incrociata che nel chiudere una fase ne inaugura una nuova senza creare interruzioni.

Con The Mountain il cineasta americano ha proseguito lungo questa traiettoria, spingendosi oltre e addentrandosi in territori ancora più bui e imperscrutabili che hanno le sembianze di un surreale, apatico e asfittico universo kafkiano, caratterizzato da un look vintage anni ’50 e ritagliato dentro una cornice 4:3. E l’impressione è che Alverson, provocatoriamente, abbia voluto rivolgersi direttamente proprio agli spettatori del suo stesso film tanto quanto, metaforicamente e metalinguisticamente, a un’idea più ampia e generale di pubblico, e di critica, che il più delle volte tende ad approcciarsi alle immagini in maniera troppo cerebrale e distaccata.

Il viaggio di Tye Sheridan, figlio di una malata psichica internata in manicomio e orfano di padre, che accetta di seguire il “fotocentrico” psichiatra Jeff Goldblum nei suoi spostamenti da un manicomio all’altro per promuovere una nuova pratica di lobotomia capace di non cancellare la vita dagli occhi dei pazienti, sembra suggerire proprio questa interpretazione. Che diventa ancora più chiara, e fin troppo didascalica, con l’irruzione in scena di un istrionico Denis Lavant, in un ruolo ancora più sopra le righe di quelli che è solito incarnare insieme al sodale Carax. In questo senso, la “montagna” che dà il titolo al film – e per estensione, il film stesso – possono voler dire tutto e il contrario di tutto. A seconda degli occhi che guardano…

Il discorso di Alverson può risultare anacronistico, così come l’approccio freddo, calligrafico, perfino presuntuoso. Ma da spettatore, a costo di sottostare a una lobotomia dello sguardo che comporta inevitabilmente un ulteriore grado di rarefazione della realtà, quando all’orizzonte iniziano a delinearsi i contorni di una montagna ineffabile come un idolo fantasmatico, con il giovane Sheridan ridotto a uno zombie ma finalmente libero al fianco della ragazza di cui è innamorato, è forse possibile correre il rischio e affrontare la faticosa ascensione per vedere cosa si nasconde sulla sommità…