Concorso

The Sisters Brothers

Fin dal titolo, che si limita a evocare il nome “di battaglia” dei due protagonisti, il nuovo film di Jacques Audiard tocca le corde dei rapporti famigliari, e lo fa evidenziando il portato ironico del cognome, Sisters, di Eli (John C. Reilly) e Charlie (Joaquin Phoenix) una coppia di famigerati e scombinati (ma non troppo) fratelli assassini dell’Oregon, al soldo di un fantomatico Commodoro (che ci si creda o no è Rutger Hauer), impegnati a seguire a distanza un investigatore privato un po’ depresso, John Morris (Jake Gyllenhaal), che dovrebbe consegnare loro un umbratile e misterioso cercatore d’oro, Hermann Kermit Warm (Riz Ahmed), che si scoprirà essere un chimico dalla nobile vocazione idealista in possesso di una formula per trovare più facilmente il metallo prezioso nelle acque di fiumi e torrenti.

Da buon autore cinefilo, Audiard ribadisce quanto sia ancora vivo e vitale il western, e lo fa a partire da quelle che sono state nel corso dei decenni considerate le fasi crepuscolari del genere, da Anthony Mann, a Clint Eastwood a Tommy Lee Jones, tenendo nella mente e negli occhi anche materiale non strettamente western, come è il cinema di Paul Thomas Anderson. Non è che lo faccia solo da oggi, a ben guardare, se è vero che il polar è per molti versi una forma inurbata del genere, dove la frontiera, sempre più simbolica, è spostata nei quartieri cittadini: nella sua filmografia personale Un prophète e Dheepan sono lì a confermarlo; e in fondo, in questo stesso concorso di Venezia 75, quel film un po’ dimenticabile che rimarrà per molti “il polar del concorso” cos’altro è se non un western di banlieu dove, non a caso, il concetto di fratellanza è nuovamente steso nel titolo? Il regista di Un prophète sa bene che la vitalità di questo genere, di tutti i generi, è possibile davvero solo attraverso una ridiscussione simbolica dei loro presupposti.

E, in questo senso, Audiard ribadisce in maniera sottile come nella creazione del mito della frontiera sia presente l’ombra costante di uno storytelling continuamente in atto (vedi, d’altronde , sempre in questo stesso concorso, alla voce Coen), al punto che la prima cittadina in cui i suoi protagonisti si fermano è attraversata da carri che portano pezzi prefabbricati di case e saloon, in tutto e per tutto identici a pezzi di scenografia in uno studio hollywoodiano, senza che questo abbia una diretta valenza “meta, sia ben chiaro; ma è la città che avanza, la frontiera che si sposta, la scena che viene ammobiliata. Momento chiave, decisivo per la comprensione dei personaggi, è quello del sogno di Eli, che rievoca l’uccisione del padre da parte del fratello Charlie come se fosse uno spettacolo di ombre cinesi. Poco più avanti Audiard mostra come si possa essere proustian-eastwoodiani, nella scena, commuovente e svuotata di ogni perversione, dove Eli fa interpretare alla prostituta di Mayfield il ruolo della maestrina che gli ha regalato uno scialle, oggetto per il quale era stato già ampiamente sbeffeggiato dal fratello; a ricordare quanto ogni rapporto interpersonale sia in fondo un reharsal; a ribadire come esista sempre una necessità di racconto, un racconto necessario.

Racconto che mette alla prova le identità dei suoi protagonisti, le fa vacillare, ne mette in discussione la mascolinità oltre che la maturità; racconto che mina continuamente la necessità di agire fuori dalla legge, o ai suoi margini, al soldo di un padre putativo spietato avendo fatto fuori quello naturale. I Sisters non sono gli unici ad aver rescisso dalla propria vita la figura paterna, anche Morris e Kermit si confessano di aver rotto ogni rapporto con la famiglia d’origine, ma, soprattutto, «I am an empty cylinder», nel senso di pistola scarica, confessa il primo, quando ormai il balletto di caccia/seduzione tra i due sembra essersi sbilanciato su quest’ultima. Da loro due, svuotati, sradicati (il volto di Riz Ahmed è una nota teneramente spaesante per tutto il film), transitano le ipotesi di una società diversa, utopica, antitetica rispetto a quella in cui si muovono i brothers, e, in fondo il legame che li ricongiunge nella messa alla prova della formula di Kermit è debole, instabile come l’acido della formula stessa. Nulla a che vedere, lascia bene intendere Audiard, con il legame che riconduce, in un moto circolare, alla casa in cui si è cresciuti, alla madre, burbera e bonaria al tempo stesso, in una scena, peraltro, potentemente neo-fordiana.

Il western [non] è morto, viva il western. Anche tra Carpazi e Pirenei, con attori americani e fondi europei.