Concorso

The Sisters Brothers di Jacques Audiard

The Sisters Brothers è un western, e come in ogni western tutti sono all’inseguimento di qualcosa: chi dà la caccia a un delinquente, chi va alla ricerca dell’oro, chi fa solo il suo dovere di investigatore. Eppure, alla fine della corsa, accade che si possa desiderare qualcosa di più. Che si voglia, ad esempio, fuggire dal ricordo di un padre violento che ti perseguita negli incubi notturni.

Ma oltre a quella protagonista, formata dai fratelli Sisters, uno il contrario dell’altro, rude e animalesco il primo, gentile e ponderato il secondo, c’è un'altra coppia nel film, ambientato fra l’Oregon e la California nel 1851: sono il detective John Morris e il prospettore Hermann Kermit Warm, l’uomo che tutti cercano perché in possesso di una soluzione miracolosa per far emergere l’oro dalle acque. Audiard ama giocare con lo spettatore e anche in questo caso non si tira indietro, sovrapponendo la figura dell’attore a quella del personaggio. Come quando, nel momento del primo incontro tra i due, Warm chiede a Morris se non si sono già incontrati. Sì, si sono già incontrati, non nel far west ma in Nightcrawler di Dan Gilroy, dove Ahmed, che interpreta Hermann, era il giovane apprendista e Gyllenhaal, che veste i panni del detective, il cacciatore di carcasse da asfalto, lo sciacallo pronto a sacrificare anche il suo ingenuo assistente pur di guadagnare audience. La dinamica si ripete: l’aguzzino e la sua preda, l’inseguitore e l’inseguito. Ma anche qui c’è qualcosa di più. Anche Morris ha avuto un padre da dimenticare, e ora ha una vita vuota come il tamburo di una pistola senza proiettili.

Ecco che, a maggior ragione, si può essere fratelli di nascita o per scelta. E allora sì che si riesce a mitigare anche quel sangue marcio che scorre nelle vene di chi discende da un padre violento e ubriacone.

Gli amici sono perle rare che bisogna saper cogliere, come pepite che vengono alla luce tra i fanghi di un fondale. Che si tratti di amicizia o di denaro, la ricerca dell’oro, alla fin fine, mette d’accordo tutti. Con la differenza che il denaro, come dice Warm, è soltanto il mezzo: ciò che ognuno vorrebbe è, semplicemente, una vita migliore di quella che ha già. Una società nuova, priva di violenza e di avidità, come quella vagheggiata da Warm e Morris. Un falansterio da fondare a Dallas, in Texas. Un’utopia da cowboy del nuovo millennio.

«Non siamo mai arrivati così lontano», fa notare Eli a Charlie, di fronte all’oceano, alle porte di San Francisco. La città dell’evoluzione e del progresso, la Babilonia che anticipa il mondo che verrà. Ed è una battuta, questa, in cui si può ritrovare l’essenza stessa del film. Perché sempre di un western si tratta, gli elementi ci sono tutti: i buoni e i cattivi, la legge e i fuorilegge, wilderness e civilazation. Ma la wilderness non è nient’altro che libertà. Libertà di attraversare praterie infinite e scoprire nuovi mondi. E allora può succedere che anche in un western si veda un cowboy alle prese con lo spazzolino da denti. O di riconoscere, nei panni del commodoro defunto all’interno della bara, il volto di Rutger Hauer.

The Sisters Brothers è proprio questo: l’emblema di un genere che, da quando è nato, non smette di evolversi e reinventarsi. Anche, e soprattutto, con un pizzico di ironia.