Concorso

La mafia non è più quella di una volta di Franco Maresco

Non è semplice rappresentare la mafia al cinema. Specialmente se per mafia non intendiamo quella struttura malavitosa organizzata per clan o organismi familiari comandata da un padrino e nascosta da qualche parte a ordire traffici illeciti, furti, rapine, omicidi e quant’altro che il cinema ci ha insegnato a riconoscere come tale. Perché non è facile rappresentarne l’endemicità con il tessuto sociale, il radicamento ideologico, la struttura di pensiero che si annida nel carattere, nelle idee e nei comportamenti delle persone. Una prospettiva di racconto non troppo frequentata dal canone cinematografico, in cui Franco Maresco è davvero formidabile. Anche perché questo aspetto legato alla sopravvivenza quasi inestinguibile della mafia in terra siciliana, il regista palermitano lo racconta da tempo e spesso in maniera sottile, laterale, quasi impercettibile. In quest’ultimo La mafia non è più quella di una volta, tuttavia il confronto col tema mafioso è meno sfumato del solito e affrontato in maniera decisamente più aperta.

Lo spunto nasce dalla volontà di Maresco di capire, a venticinque anni di distanza, come i palermitani ricordino e coltivino la memoria dei barbari omicidi di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. Dal 23 maggio 2017 (venticinquennale della morte di Falcone) fino al 19 luglio (giorno della scomparsa di Borsellino) e per i mesi successivi Maresco gira per Palermo ascoltando i pareri della gente rispetto all’opportunità di coltivare la memoria dei due magistrati, accompagnato dalla fotografa Letizia Battaglia, che per decenni ha raccontato con i suoi scatti le guerre di mafia che hanno insanguinato il capoluogo siciliano. In questo peregrinare incontra la sua vecchia conoscenza Ciccio Mira, impresario di spettacoli per artisti scalcagnati – già fra i protagonisti di Belluscone. Una storia siciliana (2014) – intento, nonostante i suoi controversi coinvolgimenti con Cosa nostra, ad organizzare un bizzarro concerto di “neomelodici per Falcone e Borsellino” nel cuore del quartiere Zen.

Lo stile è ovviamente quello tipico del cinema di Maresco, lo stesso che il regista sperimentò agli inizi degli anni Novanta quando insieme a Daniele Ciprì con Cinico Tv e i successivi lavori cinematografici inventò qualcosa che fu una piccola rivoluzione per linguaggio e il registro del cinema italiano. Ci sono i domanda-risposta secchi con i personaggi al limite del freak che il regista incontra, il bianco e nero (che spegne i colori ogni volta che in scena compare Ciccio Mira) e poi la riduzione bozzettistica di un tessuto umano che è l’espressione dell’ignoranza più bieca e triste. Tutto sceneggiato, tutto messo in scena e tutto orchestrato dall’abile ingegno di Maresco naturalmente, eppure perfettamente in grado di esistere anche in quella sorta di strana forma documentaria che è il film.

Del resto è proprio l’emergere dell’ambiguità ciò a cui Maresco punta. Se da un lato i suoi esemplari umani al limite del bestiale dicono e fanno cose talmente assurde, aberranti e imbarazzanti da diventare comiche, dall’altro la serietà degli argomenti, come appunto il ricordo di Falcone e Borsellino, la lotta per sensibilizzazione riguardo alla mafia di Letizia Battaglia e il racconto di un tessuto sociale, come si diceva, consustanziale al pensiero mafioso, costruiscono lentamente un totale straniamento. Il fatto poi che nel discorso, nel finale del film, venga inglobato anche un riferimento al Presidente della Repubblica Sergio Mattarella (al cui silenzio in seguito alle sentenze di condanna del tribunale di Palermo nel processo in merito alle trattative Stato-mafia, si fa breve accenno), rende l’idea dell’approccio ambiguo, non riconciliato e sfuggente di Maresco alla materia che tratta.

Eppure è un film sfacciatamente contemporaneo La mafia non è più quella di una volta. Un film che forse non dice tutte le cose che vorrebbe dire e soprattutto non le dice nel modo più esemplare e chiaro possibile. Ma che, forse proprio per questo, è in grado di guardare e parlare oltre se stesso, oltre al proprio microcosmo di aberrazione e oltre Palermo e la Sicilia. Vedere per credere un finale in cui l’ennesimo spettacolo grottesco messo in scena da Ciccio Mira – questa volta dedicato al Presidente della Repubblica, con cui l’impresario millanta un’antica amicizia – si apre con l’inno di Mameli suonato a ritmo di house music. Nient’altro che una premonizione di qualcosa che oggi, dopo l’estate del Papeete, conosciamo fin troppo bene…