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Orizzonti

Rialto di Peter Mackie Burns

Rialto è il nome di un quartiere di Dublino affacciato sul Grand Canal che prende il nome dal Rialto Bridge, un ponte costruito a somiglianza del più celebre veneziano. Un posto che serviva soprattutto per ospitare industrie e operai. È qui che è nato e cresciuto Colm, quarantasei anni di cui trenta passati a lavorare come dirigente portuale, una vita incastrata tra i vicoli di mattoni rossi, il pub all’angolo della strada e una famiglia composta da moglie, due figli e una madre anziana e sola.

Una realtà che nasce e muore nel raggio di pochi chilometri, e che non lascia spazio ad alternative. È forse per questo motivo che Peter Mackie Burns, il regista britannico che ha trasposto in film l'opera teatrale di Mark O'Halloran, entra spesso nella scena quasi chiedendo il permesso di poterlo fare, con lente carrellate che si infilano negli spazi angusti e stretti, cercando una fenditura, uno spiraglio di possibilità oltre le pareti della cucina, in mezzo ai container del porto, tra i muri di una via. E che finiscono poco a poco per aprire un varco. Come l’incertezza che si insinua nell’esistenza del protagonista, efficacemente riassunta dalle prime parole che pronuncia: «Dunno», non so.

È come se, improvvisamente, Colm non fosse più sicuro di nulla. Delle sue scelte, del suo matrimonio, del suo lavoro. Così, quando in una toilette pubblica viene approcciato da un bulletto spavaldo con una mano nei jeans, non sa dirgli di no. L’inizio di una frattura nella sua normalità, quella stessa normalità ormai canonizzata e pretesa dalla gente del suo quartiere, appunto, Rialto. 

Lui, che per lavoro ha sempre amato guardare l'orizzonte del porto affacciato sul mondo, comincia a intravedere finalmente qualcos'altro. Ed ecco che Jay, il giovane bad boy che si prostituisce per sopravvivere, diventa la goccia d'acqua che fa traboccare il mare di emozioni, e di pulsioni, a lungo sopite. La scoperta dell'attrazione per lo stesso sesso passa attraverso il dolore intenso di chi ha trascorso una vita da uomo sposato con moglie e figli, e che ora invece non riesce più ad accettare. Un dolore che la colonna sonora non ha paura di esaltare, fin quasi a portarlo all'eccesso. Una sofferenza psichica che via via diventa anche fisica, finché entrambe non saranno più distinguibili l'una dall'altra. Finché l'unico antidoto al male diventerà una dipendenza necessariamente autodistruttiva, che si tratti di un corpo in vendita o di una bottiglia di birra di troppo.

Quello che potrebbe sembrare un film sulla negazione e poi accettazione della propria omosessualità e del lento processo di adattamento che ne può conseguire, ben presto si rivela altro. Perché Rialto è sopratutto un film sui padri e sui figli, e su come gli errori dei padri finiscano quasi sempre per ricadere sui figli. Che diventeranno padri a loro volta. In alcuni casi troppo presto, come succede a Jay, che si vende perché ha una fidanzata appena maggiorenne e una figlia appena nata da mantenere, in altri casi mai, come succede invece al padre di Colm, che umiliava la moglie e terrorizzava lui e i fratelli.

Ma c'è anche chi del ruolo di padre si vorrebbe sbarazzare, come lo stesso Colm. Che fa di tutto per farsi odiare, in particolare dal figlio, che ha la stessa età del suo giovane amante. Ed è proprio qui, nel confronto tra un uomo di mezza età e uno invece appena diventato adulto, che si scopre che una speranza in realtà c'è e che non tutti i figli nati da padri violenti diventeranno violenti a loro volta. Ma che dipende tutto dalla forza delle loro scelte.