Concorso

Waiting for the Barbarians di Ciro Guerra

C’è una fortezza in mezzo a un nulla senza nome; da tempo nessun nemico minaccia più la sicurezza dell’avamposto e tra le mura si è creata una tranquilla routine su cui vigila serenamente un magistrato a fine carriera. Lo ha scritto Coetzee nel 1980 il romanzo omonimo da cui è tratto Waiting for the Barbarians, quinto film di Ciro Guerra che il premio Nobel ha anche sceneggiato, ma non c’è da stupirsi che si vada subito con il pensiero a Buzzati e al suo Deserto dei Tartari vedendo prendere forma sullo schermo le figurine che animano questo mondo di nessuno.

È un film tutto voluto dal produttore e dal suo innamoramento per il testo dello scrittore sudafricano dove allo sguardo del giovane regista colombiano si concede molto poco. Il racconto è scandito dal passare delle stagioni tra la lontana presenza dell’incognito che sta fuori e lo sgretolarsi della rassicurante quotidianità che sta dentro. Ma non si ritrova nulla del lento contemplare la ciclicità del tempo di Oro verde né si percepisce la personalità netta che ha portato negli anni il cinema di Guerra a ottenere sempre più consensi nei festival internazionali.  

Tutto si regge sulle spalle dell’accorata interpretazione di sir Mark Rylance che rappresenta la giustezza della giustizia in lotta contro l’ottuso abuso di potere della polizia, cui dà invece volto la gigioneria di Johnny Depp (caricatura di un perfidissimo colonnello in occhiali da sole) e quella di Robert Pattinson suo spietato braccio destro. Al di là delle presenze attoriali di richiamo, il film fa comunque le spese di una messa in scena che si appiattisce in una bidimensionalità asfittica che lo avvicina più a un presepe dalle tinte ocra che al microcosmo articolato e senza tempo di Buzzati. E non basta qualche campo lungo con i paesaggi sconfinati a riempire lo sguardo per dare respiro a una narrazione che non riesce mai ad assumere l’ampiezza necessaria a tradurre in parabola universale (come il testo avrebbe le intenzioni di fare e la contemporaneità imporrebbe) questa piccola storia umana di oppressione e coraggio.

Waiting for the Barbarians è infatti la storia di una ribellione sommessa e coraggiosa, quella di un uomo di Stato che trova la forza nella sua esperienza emotiva ed esistenziale di reagire alle imposizioni insensate del sistema, alla violenza, alle distorsioni della realtà; ma il discorso su chi siano davvero i barbari e la messa in discussione della questione dell’imperialismo (coloniale o culturale che intendere si voglia), non può che finire per depositarsi appena sulla superficie di un film patinato e senza spessore in cui la personalitá del regista sembra costretta all'angolo.